3-NURDOK DIVENTA ORFANO IN TENERA ETÀ

Nurdok era nato da genitori molto semplici. Essi, sebbene fossero di alta estrazione sociale, avvertivano un'unica esigenza, la quale era quella di godersi la serenità e la felicità tra le quattro mura domestiche. Dopo essere nato il loro primo rampollo, sia l'una che l'altra erano accresciute in modo smisurato nel piccolo nucleo familiare. Si trattava, quindi, di una coppia di giovani sposi che non avevano alcuna pretesa; ma preferivano soltanto vivere delle loro modeste ambizioni. Il nome del marito era Icondo, mentre quello della moglie era Neula. Il giovane faceva parte della tribù del Fuoco ed era il primogenito dell'affabile Tesda e di Suok, il superum della Berieskania. La ragazza, invece, apparteneva alla tribù dell'Acqua ed era la figlia della virtuosa Luska e di Gerik, il conductor della Trasia.

Il nonno paterno, non appena era stato informato che era nato il piccolo Nurdok, si era infinitamente commosso ed era stato preso da un immenso giubilo. Subito dopo si era precipitato alla casa del figlio insieme con Burgior. Costui, oltre ad essere un astrologo, era uno dei suoi due saggi consiglieri. Il piccolo rappresentava il primo nipote di Suok, essendo nato dal suo primogenito Icondo. A ogni modo, la nascita di Nurdok era stata accolta con grande tripudio dallo studioso di astrologia. Egli prima lo aveva tirato fuori dalla culla; dopo, tenendolo sollevato con le braccia al di sopra della propria testa, si era messo a esclamare:

"Ecco giunto tra noi il benedetto dagli astri, poiché questo neonato sarà baciato dalla fortuna! Quando sarà grande, diventerà il più glorioso dei Berieski, per cui l'osanneranno le popolazioni di tutte e quattro le tribù. Soltanto un suo nipote, il quale sarà anche un diretto discendente di uno straniero par suo, lo supererà in eroismo e in grandezza d'animo. Nel mondo intero, mio prode superum, nessuno mai potrà paragonarsi a tale tuo trisnipote, poiché egli sarà glorificato come il più grande eroe di ogni tempo, ossia del presente, del passato e del futuro!"

L'autorevole nonno, in occasione del rito della circoncisione, la quale veniva praticata tra i Berieski a scopo religioso al compimento del terzo mese di età, aveva voluto regalargli una splendida culla di vimini. Allora i genitori l'avevano subito sostituita con quella che avevano acquistato a loro spese. Essa, che era di forma ovale e poteva essere trasportata a mano, aveva due sponde lunghe ottanta centimetri e alte mezzo metro; inoltre, presentava un manico circolare sovrastante, il quale le teneva collegate. La culla, prima di essere dipinta e ornata con diversi fregi floreali nella parte esterna, era stata spalmata con una resina impermeabilizzante, la quale l'aveva resa impenetrabile a ogni tipo di liquido. Perciò, se posta sopra una superficie di acqua, essa riusciva a mantenersi a galla, proprio come se fosse stata una piccola barca.

Non molto tempo dopo, senza che il suo donatore lo avesse previsto, il recipiente di rimini sarebbe risultato il regalo più prezioso per il piccolo, siccome gli avrebbe salvato la vita. Ma tra breve, raccapricciandoci per un verso e tirando il fiato per un altro, apprenderemo in che maniera esso si sarebbe rivelato il salvatore del futuro superum dei Berieski.

Un giorno, che era iniziato all'insegna del bel tempo, i coniugi Icondo e Neula avevano deciso di approfittarne e di darsi a una piacevole escursione. Così, oltre a far cambiare aria al loro bambino, essi si sarebbero concesso un po' di relax. Entrambi intendevano concretizzare un loro desiderio maturato da tempo, il quale era quello di visitare la riva orientale del Sundro, il fiume sacro della Berieskania. Esso, attraversandola da cima a fondo, si presentava sinuoso nell'intero suo percorso. Nella Sandar, che era la loro regione, il corso d'acqua, di cui ci stiamo occupando, percorreva il vasto bosco che si estendeva a ovest di Geput. Questo era il popoloso borgo della tribù del Fuoco, dove c'era la residenza dell'allora superum della Berieskania.

Nei programmi dei due giovanissimi consorti, era prevista anche una lunga sosta nei pressi della cascata, che il fiume formava a metà del suo serpeggiante percorso boschivo. Il suo assordante fragore era considerato dai Berieski la tonante voce del loro onnipossente dio Mainanun. In tale radiosa giornata, Icondo e Neula avevano deliberato di svagarsi un mondo con il loro bambino e avevano pensato di consumare il pranzo al sacco presso la riva del piccolo bacino idrico. Il corso d'acqua prima effettuava il suo salto a precipizio nella lieve depressione del terreno, dando origine a un laghetto; ma poi riprendeva ad avanzare placidamente verso il lontano mare, seguendo la direzione nord-ovest.

Una volta montati sui loro cavalli, marito e moglie erano usciti di buon'ora dal loro borgo; poco dopo si erano anche addentrati nel bosco per raggiungere la loro sospirata meta. Il piccolo Nurdok, che era ancora dormiente, viaggiava con la madre. Ella, tenendo la culla davanti a sé adagiata sopra la groppa del proprio quadrupede, badava a essa con cura; ma nello stesso tempo stava attenta a non lasciarsela sfuggire, volendo evitare al piccolo una pericolosa caduta.

Secondo le previsioni, l'escursione non avrebbe dovuto riservare nessuna brutta sorpresa ai tre gitanti, poiché il sentiero da loro percorso era battuto da boscaioli e da cacciatori. A dire il vero, esso era frequentato pure da coloro che erano in cerca di funghi oppure andavano raccogliendo castagne e frutti di bosco. Perciò non erano da attendersi da quei luoghi qualche incontro spiacevole, siccome non risultava che essi fossero infestati da malintenzionati o da belve feroci.

La piccola famigliola, dunque, galoppava da un paio di ore, con un viaggio alle spalle che era andato liscio come l'olio, allorquando la boscaglia si era fatta più rada. A quel punto, erano cominciate anche a farsi sentire in lontananza le acque della cascata, le quali via via sarebbero divenute sempre più fragorose. Esse, inoltre, precipitando giù da un'altezza superiore al centinaio di metri, finivano nella piccola fossa naturale sottostante, dove producevano un rumore assordante. Nel piccolo laghetto, le acque, dando luogo a un'abbondante schiuma, permettevano alle esalazioni vaporose da essa formate di espandersi nei dintorni lievi e appena percettibili. A un certo momento, perciò, satura com'era di goccioline, l'aria era divenuta frizzantina, a causa di una leggera brezza. La quale, dopo aver carpito alla cascata le tenui e diafane stille, le diffondeva nelle zone circostanti. A volte la piccola corrente d'aria riusciva a trasportarle perfino a un miglio di distanza dal loro luogo di formazione.

In vista del fiume sacro, un'atmosfera di brio aveva iniziato ad aleggiare intorno ai due affabili giovani, poiché essi ritenevano imminenti la fine del loro viaggio e l'inizio del loro diporto. Anche gli stanchi cavalli erano stati presi da un clima festoso, perché davano per scontato che presto avrebbero potuto dissetarsi in abbondanza. Intanto che il loro corpo grondava di sudore, le bestie esprimevano la loro contentezza con prolungati nitriti di sentito appagamento.

Ogni cosa, almeno all'inizio, sembrava procedere per il verso giusto, a cominciare dallo smagliante cielo azzurro. In un certo senso, dall'alto esso contribuiva a rendere più attraente e vivace la natura. La quale, dopo essersi sganciata dalla monotona esistenza notturna, da alcune ore era ritornata a pieno ritmo alla sua quotidiana funzione diurna. Difatti si era data a palpitare dappertutto di rigoglio verdeggiante e di fragrante vitalità.

Purtroppo le condizioni meteorologiche non possono far presagire il destino degli uomini, giacché le une e l'altro procedono su binari differenti, anche se qualche volta possono risultare confluenti. Ecco perché non sempre l'ottimo stato delle prime si abbina a una rosea evoluzione del secondo. Perfino i fulmini a ciel sereno possono presentarsi in qualsiasi istante, oltre che in ogni circostanza. Ciò, anche quando il bel tempo sembra promettere a coloro che ne hanno bisogno momenti rasserenanti e spensierati! Era quanto stava appunto per succedere ai nostri due allegri escursionisti.

A loro insaputa, un destino scriteriato e maligno stava tramando contro di loro, malgrado il fulgore e l'amenità della giornata la stessero facendo da padroni. Ma l'evento tragico, che stava per accadere ai danni degli sventurati Icondo e Neula, avrebbe rivelato una drammaticità e una efferatezza senza pari. Esse sarebbero state considerate inaccettabili perfino dai più duri di cuore. Per tale ragione, il crudele destino avrebbe dovuto vergognarsi, nell'istante medesimo che le aveva deliberate senza compassione. Specialmente perché assai presto si sarebbero messe a spadroneggiare tristamente nei loro confronti, a onta di ogni umana forma di clemenza e di misericordia.

Giunti in prossimità della cascata, i due felici consorti avevano arrestato le loro bestie ed erano scesi a terra. Mentre la donna era andata a sistemarsi con il piccolo ancora immerso nel sonno presso la sponda del bacino idrico, il marito aveva badato ad abbeverare i cavalli. Eseguita tale operazione, il giovane era andato a legare i quadrupedi all'albero più vicino, il quale era distante una ventina di metri dalla cascata. Dopo averlo raggiunto, si era affrettato a legare le bestie al suo tronco, siccome non vedeva l'ora di lanciarsi a rotta di collo in direzione del laghetto, dove la moglie lo stava aspettando lieta e ansiosa. Ma anch'egli in quel momento era impaziente di unirsi a lei e al figlioletto.

Il primogenito del superum, però, era riuscito a fare appena pochi passi, allorché si era visto aggredire alle spalle da una tigre ruggente. Essa, con un lungo balzo ferino, gli era piombata addosso dall'alto dell'elemento arboreo e lo aveva sbattuto con violenza al suolo. La belva, in attesa di una facile preda da farne il proprio pasto, era rimasta per varie ore in agguato proprio sull'albero, che il poveretto aveva scelto per legare i loro cavalli. Perciò, non appena le si era presentata l'occasione propizia, essa non aveva voluto farsi sfuggire la sua vittima di turno, destinandole all'istante il suo famelico e micidiale assalto.

Come mai Icondo non si era accorto per niente della mangiatrice di uomini appostata sull'albero? Eppure il giovane aveva anche dato un'occhiata alla sua folta chioma, la quale però non aveva destato in lui sospetti di alcun genere circa la presenza dell'enorme felino. Il cui manto rugginoso e striato di nero lo aveva tenuto ben mimetizzato tra il fogliame dei rami, permettendogli di continuare a spiarlo per tutto il tempo che egli era rimasto ai piedi dell'albero. Il poveretto non aveva neppure fatto caso all'ombrosità delle due bestie, la quale, in verità, c'era stata in forma attenuata. Infatti, la brezza, spirando nella stessa direzione del felino, aveva tradito il loro olfatto. Anzi, rendendolo discontinuo nel percepire i vari odori, essa non aveva consentito a nessuno dei due cavalli d'individuare la presenza della temibile tigre in ag-guato.

In un attimo, quindi, il disgraziato era stato schiacciato dall'insostenibile peso del grosso predatore, il quale non doveva essere inferiore ai tre quintali. Senza farlo accorgere di nulla, la belva aveva fatto scattare contro di lui il proprio balzo feroce, che in quella circostanza era risultato fulmineo e letale nello stesso tempo. Il sanguinario felino, senza permettergli il minimo divincolamento di autodifesa, prima gli aveva affondato i poderosi artigli nella schiena, immediatamente dopo lo aveva decapitato con un formidabile morso alla nuca. Agendo in quel modo, lo aveva fulminato sul colpo e gli aveva troncato l'esistenza.

La moglie Neula, la cui attenzione era stata richiamata dal potente ruggito della tigre, dopo aveva anche assistito alle sue brutali azioni. L'aveva seguita per l'intero tempo che essa era stata intenta ad annientare le forze e la vita del consorte. Perciò ella era rimasta a guardare la belva inorridita e scioccata, fino a quando non si era avuto la conclusione dello straziante episodio, che aveva coinvolto tragicamente il marito. La giovane donna era apparsa come inebetita e incapace di risolversi in qualche modo, come se venisse immobilizzata da una forza oscura. Ma poi era stato il piccolo Nurdok a destare la donna da quella specie di trance, nella quale era caduta e continuava a permanervi, venendone interamente soggiogata. Il bambino, non appena era stato svegliato dai bramiti della belva, subito aveva cominciato a emettere forti e acuti vagiti, scuotendola dal suo momentaneo shock. Egli, però, oltre a ridestare la madre dal suo stato d'intontimento e d'immobilità, aveva richiamato su loro due l'attenzione della dominatrice incontrastata della giungla. Allora, senza perdere tempo, essa aveva smesso di dilaniare il corpo dell'uomo e si era data a raggiungere le due nuove prede. Perciò adesso era il piccolo della donna a fare più gola alla bestia, per cui aveva deciso di farlo diventare un suo bocconcino prelibato.

A quella reale minaccia, Neula aveva smesso di pensare alla tragica sorte toccata al suo Icondo. Invece, senza temere minimamente per la propria vita, le era balenato nella mente il solo pericolo che anche il figlio era in procinto di correre. Così, afferrata la culla con una mano, ella si era messa a scappare come una forsennata lungo la riva del fiume, seguendone il corso discendente. Mentre correva, la poveretta non si curava dello sballottamento a cui andava sottoponendo il piccolo Nurdok, facendolo insistere nel suo pianto dirotto.

Da parte sua, la trista fiera, che all'inizio aveva cominciato a dirigersi verso la sua appetibile preda con passi felpati e con movimenti studiati, in seguito aveva voluto imitare la donna, la quale scappava per non essere raggiunta. Allora si era data a rincorrerla senza darle tregua, poiché non tollerava che ella le portasse via l'ottimo bocconcino. La belva, che non intendeva lasciarselo sfuggire, bramava d'impadronirsene al più presto per divorarlo. Nel suo inseguimento, la tigre avanzava con salti così lunghi, che sembravano spingerla in avanti con la rapidità del vento.

Neula spesso si voltava indietro per controllare la situazione. Quando infine si era resa conto che la maligna inseguitrice non era disposta a mollarli e che quanto prima li avrebbe anche raggiunti, ghermiti e sbranati, ella aveva cercato di porvi rimedio. Non sapendo nuotare, aveva abbandonato alla corrente del fiume la sola culla con dentro il piccolo Nurdok, il quale non smetteva di darsi al suo pianto dirotto. Così, intanto che il contenitore di vimini prendeva l'abbrivo, spostandosi sempre di più verso il centro del corso d'acqua e aumentando la sua velocità, la madre era stata aggredita dalla malvagia belva, che l'aveva sbranata con particolare ferocia. Era sembrato che avesse voluto vendicarsi della donna, per non averle consentito di mangiare quella che stava per diventare la sua tenera preda.

Quanto ai cavalli, essi, all'apparizione del felino, essendo diventati balzani, erano riusciti a slegarsi. Di lì a poco, manifestando molto terrore attraverso i loro ininterrotti nitriti, si erano dati a una fuga precipitosa, galoppando furiosi alla volta del borgo. La loro corsa aveva avuto termine, solo quando essi avevano raggiunto l'abitazione dei loro padroni. Invece la piccola culla, dopo un quarto d'ora che veniva trasportata dalle acque del fiume, era stata prima avvistata e poi bloccata dal traghettatore Ferbio. Costui, nello scorgere all'interno di essa un bambino ancora in fasce, era rimasto molto sbalordito e non sapeva spiegarsi com'essa fosse capitata nel fiume. Di lì a poco, dopo averla recuperata, egli era rientrato senza indugio nella sua capanna, dove aveva consegnato alla moglie Usca la culla, nella quale ci stava il grazioso bambino piangente.


Il rientro delle bestie al borgo, avvenuto senza i padroni che li cavalcavano, aveva messo in fermento i vicini di casa. I quali subito si erano preoccupati d'informare l'autorevole Suok dell'inconsueto evento. Essi giustamente avevano pensato che quell'avvenimento andasse fatto conoscere prima possibile al loro superum, trattandosi del mancato ritorno alla loro casa del suo primogenito Icondo, di sua moglie e del loro bambino. Allora la persona più illustre della Berieskania, non appena era venuta a conoscenza che i due cavalli del figlio erano ritornati a casa senza avere sulle groppe i padroni e il loro bimbo, all'istante aveva temuto per la vita dei suoi parenti stretti. Perciò, senza attendere neppure un minuto, egli si era messo alla testa di cento soldati a cavallo ed era volato alla loro ricerca. Naturalmente, Suok si era dato a seguire lo stesso itinerario che avevano percorso i suoi cari congiunti. Egli ne era a conoscenza, siccome essi glielo avevano fatto sapere, prima di lasciare il borgo di Geput, cioè quando avevano intrapreso il viaggio.

Il tragitto, per quasi l'intero percorso, non aveva evidenziato alcuna traccia né di anormalità né di violenza, da parte di qualcuno o di qualcosa. Infatti, durante la loro avanzata, nella zona era stato notato che la vita seguitava a trascorrervi con il solito tranquillo trantran quotidiano. Per sfortuna, però, non si era potuto dire la medesima cosa, dopo che era stato raggiunto il luogo scelto come meta dalla famigliola. Giunti in quel posto, dapprima erano stati ritrovati i resti mortali del povero Icondo, il quale era stato identificato, soltanto grazie alle sue vesti lacere e insanguinate. Successivamente, seguendo per un miglio le impronte della donna e del felino, le quali lungo la riva del fiume apparivano ben visibili, era stato rintracciato anche il corpo di Neula. Esso, che era stato straziato in modo orribile come quello del marito, ugualmente si era presentato irriconoscibile. Perciò si era dovuto identificare anche il corpo della nuora del superum attraverso i suoi indumenti personali, che si presentavano pure insanguinati e ridotti a brandelli.

Del piccolo Nurdok, però, non era stata rinvenuta nemmeno la minima traccia. La qual cosa aveva indotto Suok a pensare che la mangiatrice di uomini non fosse riuscita ad allungare i suoi artigli sul nipotino. Glielo faceva credere soprattutto l'irreperibilità della sua culla. La quale, nonostante gli sforzi compiuti dai suoi uomini, non era stata ritrovata e recuperata in nessun luogo di quella zona percorsa dalle acque fluviali. Allora, considerando il nipote al sicuro in qualche parte, il superum aveva ordinato ai suoi soldati di scovare la tigre e di abbatterla con i loro archi, prima che essa riuscisse a mettere i propri artigli sul piccolo. Inoltre, dopo che fosse stata uccisa, le avrebbero evitato d'infierire contro altre persone inermi del suo popolo. Con tale provvedimento, egli l'avrebbe anche fatta pentire di avere abbandonato la giungla e di aver fatto strage del figlio e della nuora, i quali sventuratamente erano rimasti sue vittime.

Da quel momento, incalzata dai cento Berieski, alla fine la belva non aveva avuto più vita facile. Così, dopo una battuta di caccia durata un paio di ore, l'enorme felino era stato scovato. In verità, erano stati i suoi ruggiti di nervosismo a tradirlo e a farlo scoprire dai suoi cacciatori, i quali erano degli ottimi arcieri. In un primo tempo, essi avevano spinto la tigre in una piccola radura per impedirle di nascondersi tra la vegetazione. Infine, quando la bestia feroce era divenuta loro facile bersaglio, intanto che essa ruggiva e fremeva rabbiosamente, l'avevano stecchita con una raffica d'infallibili frecce, le quali le erano piovute addosso numerose, trafiggenti e mortali.

Avvenuto l'abbattimento della possente belva, che si era assuefatta alla carne umana e la cercava ovunque si trovasse, Suok aveva ordinato la sospensione delle ricerche del piccolo e il loro ritorno al borgo di Geput. Ve lo avevano spinto le tenebre, che presto sarebbero calate su ogni cosa. Ma prima egli aveva fatto raccogliere dai suoi uomini i resti mortali dei due congiunti, siccome l'indomani essi sarebbero stati onorati con la rituale cerimonia funebre.

I funerali, che avevano avuto luogo il giorno dopo, erano consistiti prima nella cremazione dei pochi resti dei due corpi e poi nella conservazione delle loro ceneri in una cassetta di legno. Essa era stata poi totalmente incatramata all'esterno, siccome l'urna cineraria doveva essere consegnata alle scorrenti acque del Sundro. Esse avrebbero dovuto accompagnarla fino allo sconfinato mare aperto. Secondo la credenza dei Berieski, soltanto in quel modo si consentiva agli spiriti dei defunti di accedere con serenità all'aldilà. A ogni modo, c'erano dieci giorni di tempo per effettuare la consegna dell'urna al fiume; ma Suok, già al termine dei loro funerali, era ritornato con i suoi soldati al fiume sacro. Una volta in quel posto, per prima cosa, egli aveva affidato alle sue acque l'urna contenente le ceneri del figlio e della nuora. Subito dopo, il superum aveva fatto riprendere le ricerche del piccolo Nurdok dai suoi soldati. Memore di quanto gli aveva vaticinato l'astrologo Burgior, egli era convinto che il piccolo sarebbe stato trovato in quella zona.

A suo parere, due erano i probabili destini, ai quali la culla era andata incontro. Il primo faceva ipotizzare che essa fosse stata scoperta da qualcuno di passaggio in quelle parti. Allora egli, mosso a pietà dell'ospite infante, non si era astenuto dal raccoglierla e dal portarsela a casa sua. Il secondo, invece, faceva ritenere che la stessa fosse stata appositamente abbandonata dalla moglie del figlio alle acque del fiume, pur di sottrarre il figlioletto alla voracità della tigre. Se si ammetteva che si fosse compiuto il secondo destino riguardante il piccolo, ne scaturivano le sole due ipotesi possibili che concernevano la fine della culla. Essa, come poteva essere fluitata fino alla foce del corso d'acqua; così poteva essere stata scorta e bloccata da qualche pescatore o traghettatore che operava nelle vicinanze.

L'uomo, essendosi commosso per l'evento, non aveva esitato a dare ricetto al piccolo trovatello rinvenuto nelle acque fluviali. Ma Suok aveva preferito considerare la cosa in chiave ottimistica e credere che si fosse verificata la seconda ipotesi. Perciò, insieme con i suoi soldati, si era dato a perlustrare la vasta fascia di terra che fiancheggiava la discendente sponda orientale del Sundro. Inoltre, si era ripromesso che, dopo la ricerca di andata, egli e suoi uomini si sarebbero dedicati pure a quella di ritorno, battendo l'altra riva, la quale era quella occidentale.

Pervenuti nei pressi del corso d'acqua, i suoi uomini avevano incominciato a condurre le loro ricerche in tutte le capanne che incontravano lungo la fascia di terra, che non si discostava dal fiume più di due miglia. A quelli che le abitavano, essi avevano chiesto se erano venuti a conoscenza del ritrovamento di una culla sulle acque del Sundro con dentro un bambino. Alla fine, dopo una ennesima ricerca senza risultato, Suok era capitato nella capanna giusta, cioè quella del traghettatore Ferbio. L'uomo, che lo aveva raccolto, era apparso molto giubilante nell'apprendere che il bambino da lui salvato dalle impetuose e limacciose acque del fiume era il nipotino del superum della Berieskania.

Solo dopo aver ritrovato il piccolo Nurdok, il capo dei Berieski si era tranquillizzato, per cui aveva fatto ritorno al borgo molto risollevato e soddisfatto. Ovviamente, era da escludersi nella maniera più assoluta che nella sua mente non fosse anche rimasto a tormentargli l'esistenza il pensiero della morte del primogenito Icondo e di quella della nuora Neula. L'una e l'altra uccisione da parte della belva feroce adesso gli piagavano aspramente l'animo e gli procuravano un abbattimento fisico e psichico non comune.

Nurdok era stato cresciuto nella casa dei nonni paterni, dove non gli erano mancati il grande amore della nonna Tesda e l'affetto dei suoi sette zii. I quali, per una decina di anni, avevano fatto a gara a chi lo coccolasse di più. Ma in seguito, l'uno dopo l'altro, i sette figli del superum avevano dovuto lasciarlo alle sole cure dei nonni, per aver preso moglie e per essere andati ad abitare nella loro nuova casa. Comunque, quando si era sposato anche l'ultimogenito di Suok, cioè Ukio, Nurdok era entrato nella fase adolescenziale. Allora era venuta meno per lui l'età dei giochi ed era iniziata una serie di esercitazioni pratico-teoriche, che principalmente avevano avuto lo scopo di rafforzargli il fisico e di acuirgli l'ingegno. Essi, in verità, avevano mirato anche ad applicarlo nei diversi studi attinenti allo scibile di quel tempo.

Della sua preparazione psicofisica, si era voluto occupare personalmente il nonno Suok, il quale, per essere diventato il superum della Berieskania, un tempo aveva dovuto dimostrare di essere il primo tra i campioni berieski. Egli aveva voluto impartire al nipote delle proficue lezioni sul perfetto uso delle armi. Ma aveva iniziato da quelle che risultavano più adatte alla sua età, ossia la fionda, l'arco e il pugnale. L'allievo, da parte sua, aveva ogni volta risposto brillantemente agli insegnamenti del suo eccellente maestro. Per questo il nonno aveva dovuto prendere atto che il prodigioso nipote possedeva una innata predisposizione per l'apprendimento di quelle discipline, che gli andava via via scrupolosamente insegnando durante la sua intera fase adolescenziale. Un fatto del genere lo aveva stupefatto molto, per cui aveva iniziato a convincersi che il nipote davvero era destinato a imprese grandiose, quelle che giammai sarebbero state possibili alle altre persone della sua epoca, compreso lui.