5-LO STRATAGEMMA DI LUCEBIO PER SCONFIGGERE I TANGALI
Un pomeriggio d'estate inoltrata, quando i Tangali si trovavano a venti giorni di marcia dal villaggio litiosino, il quindicenne Lucebio si presentò alquanto imbronciato al proprio genitore. Allora Chiorro, avendo intuito che il suo ragazzo era tutt'altro che di umore allegro, da buon padre di famiglia, decise di parlargli per non farlo continuare a penare. Così si rivolse a lui amorevolmente, chiedendogli:
«Ti ho forse fatto mancare qualcosa, Lucebio, per presentarti a me, che sono il tuo genitore, con quel volto? Esso mi appare conturbato e corrucciato, come se io ti abbia fatto un torto! Invece non mi risulta che ciò sia avvenuto da parte mia, almeno intenzionalmente. Quindi, figliolo, mi dici perché oggi ti esimi dall'essere cordiale e cerimonioso con me, che ti voglio bene più di qualunque altra persona al mondo, fatta eccezione di tua madre? Su, rispondimi con sincerità e non tenermi sulle spine! Assolutamente non ti voglio vedere con quella faccia da funerale!»
«Invece non ce l'ho con te, babbo, perché non sei stato tu a farmi adirare nel modo peggiore.» gli rispose l'adolescente «Se lo vuoi sapere, sono stati i tuoi antipatici mandriani a farmi prendere una grande arrabbiatura. Essa, come pure tu ti sei accorto, permane ancora dentro di me e mi riesce difficile mandarla giù!»
«Vuoi raccontarmi ogni cosa circa l'accaduto, mio caro Lucebio, spiegandomi per filo e per segno come si sono svolti esattamente i fatti? Ti prometto che, dopo esserne venuto a conoscenza, mi adopererò per renderti giustizia! Ti garantisco che punirò tutti coloro che ti si sono mostrati irriguardosi fino a offenderti, ignorando del tutto che sei il mio diletto unigenito!»
«Ieri, padre mio amoroso, siccome avevo intenzione di distrarmi un poco, mi sono recato sul nostro altopiano; ma i mandriani mi hanno vietato perfino di fare quattro passi fra i nostri cavalli. Per giunta, essi si sono messi a canzonarmi per l'intero tempo che sono rimasto in mezzo a loro. Così mi hanno costretto a ritornarmene a casa, quando non era trascorsa neppure mezzora che mi trovavo lì. Dunque, chi rappresento io per loro? Valgo forse meno di uno strofinaccio da cucina! Non sembra anche a te, babbo premuroso, che sono stato trattato da loro come un vero perdigiorno?»
«Davvero, Lucebio, i miei uomini ti hanno trattato come hai detto?! Sono forse impazziti quei bifolchi?! Non sanno forse che tutto quanto possiedo un giorno sarà tuo? Adesso sello subito un cavallo e corro a mettermeli sotto i piedi quei pidocchiosi! In questo modo, essi impareranno per sempre a trattare con il dovuto rispetto il mio unico erede! Sei contento dell'iniziativa che ho deciso di prendere, figlio mio?»
«A mio avviso, padre mio, non occorre che tu ti conduca da loro e li punisca in modo adeguato.» si oppose il ragazzo «Invece dovrai fare ben altro per me, se vorrai rendermi soddisfatto, secondo il mio desiderio. Si tratta di qualcosa che ti costerà meno di nulla e ti farà stare più tempo con la mamma.»
«Allora affréttati a dirmi come posso appagarti, mio caro figlio! Dopo che me lo avrai palesato, farò tutto il possibile perché tu, a modo tuo, abbia la tua rivincita nei confronti di quanti ti hanno mancato di rispetto! Tu lo sai che potresti chiedermi perfino la luna, se ciò risultasse di tuo gradimento, poiché ti accontenterei ugualmente! Intesi? Quindi, riferiscimi ciò che desideri ricevere da me!»
«Babbo, adesso t'informo come voglio essere soddisfatto da te. Tu mi devi rilasciare una pergamena con la tua firma in calce, sulla quale dovrai stilare il seguente ordine: "Miei mandriani, vi obbligo a eseguire ogni direttiva che vi verrà impartita da mio figlio Lucebio. A tale riguardo, dovrete ritenere ogni suo comando, come se lo avessi dato io di persona. Chi si rifiuterà di ubbidirgli sarà licenziato in tronco. Il vostro datore di lavoro Chiorro!" Ma se la mia richiesta, padre mio, non dovesse risultare accoglibile da parte tua, lasciamo perdere e non se ne parli più!»
«Invece non ti devi preoccupare, Lucebio!» lo rassicurò il padre «Ciò che mi chiedi per me è roba da poco; anzi, rappresenta meno di nulla, come anche tu mi hai detto poc'anzi! Per questo, non avendo alcuna difficoltà ad appagare il desiderio che mi hai espresso, stilo subito l'ordine e te ne farò dono!»
Il facoltoso allevatore non perse tempo a esaudire quanto gli aveva chiesto il figliolo, che rappresentava per lui il bene più prezioso al mondo. Poco dopo, mentre gli consegnava la pergamena scritta di proprio pugno, come l'adolescente aveva preteso da lui, egli, facendolo felice come una Pasqua, gli disse:
«Ecco fatto, Lucebio! Ho riportato su di essa le tue testuali parole! Ora che ne sei in possesso, puoi presentarti tra i miei mandriani e farti rispettare da loro come meglio desideri, senza che nessuno più si azzardi a darti il minimo fastidio. Ti garantisco, figlio, che da oggi essi ti tratteranno, quasi tu fossi un vero principino!»
«Grazie, babbo! Vedrai che l'autorevole scritto, che mi hai approntato, darà i suoi frutti. Esso sarà sufficiente a farmi prendere la rivincita, quando mi ripresenterò sull'altopiano. Esso mi darà modo di rivalermi sui mandriani del torto che mi hanno arrecato ieri e di regolare anche i conti con gli stessi nella maniera che ho ideato!»
Ricevuto dal genitore il prezioso manoscritto, che era stato redatto conformemente ai suoi voleri, Lucebio se lo conservò con cura. Dopo si diresse difilato nel luogo dov'era accampato l'esercito litiosino. Quando lo ebbe raggiunto, egli si fece ricevere da colui che ne era al comando. L'autorevole personaggio, nell'accoglierlo nella propria tenda, si mostrò verso di lui molto disponibile ad ascoltarlo.
«Mi dici cosa vuoi da me, figlio dell'operoso Chiorro?» il trentottenne capo di Litios si rivolse all'adolescente «A osservarti bene, direi che tu sia assai preoccupato! Qualche tuo familiare forse non sta bene?»
«O grande Kodrun, hai proprio ragione a pensarla nel modo che hai detto! Né potrebbe essere altrimenti, come tra poco te ne renderai conto! Mi presento a te, poiché solo tu potrai essermi di aiuto. Mio padre, pur essendo gravemente malato, non vuole restarsene a letto, come il medico Erot gli ha prescritto. Se egli continua a fare il testardo, cioè a stare alzato e a dedicarsi ai suoi affari, finirà per morire di sicuro, a causa della troppa fatica! Ma la mamma e io non vogliamo che egli ci rimetta la pelle, a causa del lavoro e della sua testardaggine!»
«Vuoi dirmi, Lucebio, cosa ci posso fare, se tuo padre è cocciuto come un mulo e ha deciso di disinteressarsi della sua salute, a costo di andare incontro alla morte? Non opero mica miracoli io, anche se in questo momento vorrei essere in grado di farli sul serio per il mio villaggio! Dunque, non potendo in nessun modo esserti utile, ti consiglio di ritornartene a casa tua, caro ragazzo! Ti sono stato chiaro?»
«Invece, se sono ricorso alla tua illustre persona, è perché c'è una ragione, Kodrun. Eccome! Essendo tu il capo di Litios, i tuoi ordini sono considerati sacri dalla totalità dei Litiosidi. Perciò nel nostro villaggio non una sola persona oserebbe trasgredirli o metterli in discussione, considerato che tutti ti rispettano in maniera assoluta! Né tu lo puoi negare!»
«A parte il fatto che probabilmente tra pochi giorni non ci saranno più né Litios né i suoi abitanti né il loro capo, non riesco ancora a comprendere come io possa essere di aiuto a tuo padre. E poi cosa c'entrano i miei ordini nelle vostre beghe familiari? Per favore, vuoi spiegarmelo tu, Lucebio, dal momento che mi risulta difficile capirlo da me?»
«Invece sì che c'entrano, mio valoroso capo! Tu scrivimi sopra una pergamena queste testuali parole: "Chiorro, ti ordino di metterti a letto e di restarci per trenta giorni! Il tuo capo Kodrun.". Dopo che gliel'avrò recapitata, staremo a vedere se mio padre non si metterà a letto e non vi resterà per il tempo da te deciso, sapendo di disubbidirti! Stanne certo che, pur di non opporsi al tuo ordine, egli andrà subito a infilarsi sotto le coperte. Così gli permetterai di accelerare la sua guarigione e di ristabilirsi. Questo miracolo puoi farlo senza meno, mio intrepido Kodrun!»
Il capo di Litios, pur avendo avuto un attimo di esitazione, alla fine volle accondiscendere alla richiesta umanitaria del giovinetto. Perciò, considerandola un nobile gesto filiale, esaudì la sua preghiera. Allora Lucebio, venuto in possesso anche del plico che gli aveva consegnato il capo del villaggio, se ne ritornò alla propria abitazione con un volto raggiante di gioia. Poi, una volta a casa e al cospetto del proprio genitore, gli riferì:
«Babbo, un soldato di Kodrun mi ha pregato di consegnarti questo plico, dicendomi che è molto importante per te. Egli non si è fermato per dartelo personalmente, poiché aveva fretta di andare.»
Dopo che lo ebbe srotolato e letto (in verità, egli se lo rilesse almeno una dozzina di volte), l'unica giustificata reazione di Chiorro poté essere soltanto la seguente: "Forse è diventato matto il nostro capo?! Come fa a ordinarmi di mettermi a letto e di restarvi per trenta lunghi giorni?! Come se io avessi molto tempo da perdere! Vorrei sapere perché mai egli mi dà un simile ordine, che ritengo sia il prodotto di una pura follia! Per questo rinuncio a comprenderci qualcosa. Possibile che l'effetto di Ricnos lo abbia così trasformato, da farlo sragionare in questa maniera? Non oso neppure pensarci, per non incavolarmi molto di più!»
«Babbo,» cercò allora di convincerlo Lucebio «se Kodrun t'intima di metterti a letto, ci sarà di sicuro un buon motivo. Da parte mia, ti consiglio di ubbidirgli e di non contrariartelo. A volte i capi pretendono le cose più incredibili dai loro sudditi per mettere alla prova la loro fedeltà. Inoltre, lo sai pure tu che nemmeno due Ricnos riuscirebbero a fare vaneggiare un uomo con la tempra di Kodrun! Perciò ti suggerisco di ubbidirgli e di non mettertelo contro, come saresti disposto a fare tu.»
«Forse hai ragione tu, figlio mio. Non conviene discutere gli ordini del capo, i quali potrebbero anche celare un secondo fine. Perciò è meglio evitare di contestarli, se non voglio apparire disubbidiente ai suoi occhi! Quindi, ti chiedo di darmi una mano a coricarmi, siccome la tua adorabile genitrice è andata a far visita a una sua parente, che risulta ammalata da qualche giorno. Al suo ritorno, la metteremo al corrente dell'incredibile ordine che ho ricevuto dal capo Kodrun.»
Fu dietro il suggerimento del figlio che lo strabiliato allevatore di cavalli poco dopo si persuase che doveva coricarsi senza più fiatare, sebbene dentro di sé restasse ancora di parere contrario. Invece Lucebio, aiutato il padre a mettersi a letto, dal momento che era assente la madre, si precipitò dal funaio, dove già si stava consumando il pasto serale.
Non appena ricevette la visita del figlio di Chiorro, l'artigiano tralasciò subito la calda pietanza e si affrettò a riceverlo con tutti i riguardi. Perciò gli si espresse con queste parole:
«Qual vento favorevole ti ha spinto da me, intelligente figlio del mio illustre cliente? Se mi dici perché sei venuto da me oppure mi chiarisci di cosa hai bisogno, tralascerò subito il mio piatto preferito e mi metterò a tua completa disposizione!»
«Escurio, il mio genitore mi manda a commissionarti un certo quantitativo di funi con la massima urgenza. Sono venuto io, poiché egli si è dovuto assentare da casa; ma prima di partire per la città di Terdiba, mi ha dato l'incarico di cui ti sto mettendo al corrente. Sono sicuro che non deluderai mio padre, il quale, come ben sai, è il tuo migliore cliente!»
«Quale sarebbe la quantità di funi che egli ti manda a ordinarmi, giovanotto? Conoscendoti bene, non dovrebbe esserti difficile dirmelo. Allora mi riferisci l'ambasciata del rispettabile tuo genitore?»
«Al mio padre occorrono cinquemila canapi resistenti e la lunghezza di ciascuno dovrà essere di sei metri. Adesso mi hai compreso meglio, provetto funaio Escurio? Penso proprio di sì!»
«Ma si tratta di quasi venti miglia di funi! Non è forse così, Lucebio?» esclamò sbalordito l'artigiano, dopo aver fatto un calcolo a mente, il quale non poteva che risultare approssimativo. Egli, infatti, avendo una certa dimestichezza con i numeri, non aveva avuto difficoltà a calcolare per approssimazione la loro totale lunghezza.
«Direi che non ti sei sbagliato, Escurio.» gli confermò l'adolescente «Mio padre, comunque, ti dà dieci giorni di tempo per approntargli la merce che mi ha mandato a ordinarti. E non un minuto di più! Intesi? Perciò, se ci tieni a restare ancora il fornitore di mio padre, ti suggerisco di essere puntuale nella consegna, senza disattendere la fiducia che egli ha sempre riposto in te! Se poi ti meravigli che non sia venuto lui di persona a ordinarti un così ingente quantitativo di roba, ti ripeto che egli è dovuto andare a Terdiba con una certa sollecitudine. Ovviamente, per affari! Quindi, non preoccuparti per la commissione, anche se si presenta un po' eccessiva!»
«Va bene! Va bene! Penso che di problemi non ce ne dovrebbero essere, Lucebio!» acconsentì il funaio con un'aria soddisfatta «Escurio farà l'impossibile per accontentare l'esimio tuo genitore, anche perché le scorte di magazzino già raggiungono la metà del suo ordinativo. Come vedi, me ne resta da approntare soltanto la rimanente metà. Inoltre, come potrei scontentare il mio miglior acquirente? Signorino, adesso perché non resti a cena insieme con noi? Su, non fare cerimonie e siediti alla nostra mensa! Puoi prendere posto accanto a mio figlio Perto, il quale, se ricordo bene, è stato un tuo amico d'infanzia. Perciò vi farà molto piacere ritrovarvi l'uno accanto all'altro, come a scuola!»
Nello stesso tempo, rivolgendosi alla moglie, che in quel momento aveva già incominciato a scodellare la fumigante minestra a base di legumi, le gridò:
«Sailla, ti dispiace aggiungere un coperto a tavola per il nostro illustre ospite? Pensa che onore averlo stasera a cena con noi! Ti assicuro che non ci capiterà mai più di essere onorati dalla sua presenza alla nostra tavola!»
«Invece non dovete disturbarvi.» prontamente Lucebio contraddisse il padrone di casa, dopo che egli ebbe invitato la consorte ad aggiungere un posto a tavola «Mi dispiacerebbe un sacco far cenare da sola mia madre, dal momento che il babbo è assente da casa! Magari sarà per un'altra volta: vi sta bene? A ogni modo, ti ringrazio lo stesso, Escurio, e auguro buon appetito a te e agli altri membri della tua famiglia! Adesso, però, mi tocca lasciarvi, poiché ho premura di andare.»
Accomiatatosi dal funaio, Lucebio s'incamminò verso casa con un'aria trionfante; mentre la sua mente andava rimuginando i suoi grandi disegni. Infatti, lo straordinario figlio di Chiorro senza meno aveva escogitato qualche piano all'insaputa di tutti e ora si adoperava per metterlo in atto nei suoi minimi particolari. Ma si può sapere di quale piano si trattava e di che natura esso era, se ci è consentito di conoscerlo? Perciò stiamo un po' a vedere che cosa egli stava facendo bollire in pentola. Per la verità, data la genialità dell'adolescente, possiamo solamente prevedere che esso sarà di sicuro qualcosa di grandioso, degno della sua somma intelligenza, di cui qualche lettore già si sarà fatta un'idea precisa. Ecco perché dal suo piano ci si potrà aspettare anche le cose più incredibili e capaci di stupirci nella maniera più impensabile. Attendiamo, quindi, di conoscere il suo piano al più presto, prima che il languore di conoscenza produca in noi la massima impazienza.
All'alba dell'undicesimo giorno, Lucebio, dopo essersi accertato che il funaio non aveva avuto difficoltà a evadere il suo ordinativo, si diresse rapidamente sull'altopiano, dove fu accolto con grande festa e con il dovuto rispetto dai mandriani. Costoro, a quell'ora del mattino, erano già svegli e intenti al loro lavoro. Nello scorgerlo, alcuni gli chiesero perché mai il magnanimo genitore non si era fatto vivo da vari giorni e se per disgrazia non si era ammalato. Ma l'adolescente li rassicurò che il padre godeva ottima salute e che, non appena gli fosse stato possibile, si sarebbe fatto rivedere senz'altro sull'altopiano. Quanto alla sua assenza più protratta del solito, essa era dovuta a un suo viaggio d'affari, che aveva dovuto intraprendere all'improvviso. Comunque, se proprio ci tenevano a esserne informati, egli sarebbe rimasto assente da casa per un'altra ventina di giorni.
Dopo Lucebio fece la sua visita al capomandriano Cleto e gli consegnò la pergamena, sulla quale risultava stilato, chiaro e tondo, l'ordine paterno. Terminato di leggervi quanto vi era scritto, il capomandriano, pur stupendosene enormemente, ma senza darlo a intendere al ragazzo, si affrettò a chiedergli:
«Padroncino, cos'hai da ordinarmi di così urgente, di cui prima non ero stato messo al corrente da tuo padre? Dopo che me lo avrai riferito, ordinerò ai mandriani di eseguirlo al più presto. Allora comincia pure a espormi ogni cosa, affinché io trasmetta loro quanto ha da portarsi a termine!»
«Attraverso il passaggio segreto che conosci, Cleto, ti devi recare con trenta carri da Escurio, dove c'è da ritirare la merce già pronta che sa lui. Comunque, ne verrai a conoscenza a casa del funaio. Intanto che ti trovi presso la sua bottega, mi farai il favore di dirgli che passerò io da lui e gli salderò il conto. Anzi, riferiscigli che ci andrò, non appena i miei impegni me lo consentiranno.»
Il capomandriano, siccome lo scritto del padrone gli restava ancora nitido nella mente, ubbidì ciecamente a Lucebio, senza né battere ciglio né muovere obiezioni né fare domande, nonostante tali cose potessero anche considerarsi giustificabili. Così, quando mancava poco tempo a mezzogiorno, i mandriani e il loro capo erano già di ritorno sull'altopiano con i carri, i quali adesso si presentavano pieni zeppi di funi. A dire il vero, il capoccia era stato lesto a eseguire l'ordine; però si mostrava assai lento a comprendere la necessità di tantissimo cordame. A ogni modo, non faceva a meno di continuare a chiedersi perché mai, nei giorni precedenti, il suo principale non gli aveva parlato di alcun lavoro programmato a breve termine. Anche perché esso avrebbe riguardato una quantità di materiale così eccessiva, da richiedere parecchi carri per trasportarlo!
«Adesso vuoi spiegarmi a cosa devono servire tutte queste corde?» il capomandriano domandò a Lucebio, dopo che esse vennero interamente scaricate e accantonate in una delle molte staccionate «Se devo esserti sincero, padroncino, non riesco a immaginare in nessun modo come potrà esserci utile questo numero considerevole di funi. Esse, a occhio e croce, non dovrebbero essere meno di cinquemila!»
«I tuoi conti sono stati esatti, Cleto!» approvò l'adolescente «Come puoi constatare, le corde dovrebbero essere dello stesso numero dei nostri cavalli. Se il mio calcolo non risulta errato, ce ne potrebbe essere anche qualcuna in più!»
«Ciò cosa significa, Lucebio? C'è forse una correlazione tra le corde e i cavalli, che non riesco ancora a ravvisarla, pur spremendomi le meningi? ?» gli domandò Cleto, il quale giustamente continuava a non capirci un bel niente sulla vicenda.
«Ebbene, mio padre ha deciso di regalare una corda a ciascuna bestia, mio caro Cleto. Perciò, entro le prossime ventiquattr'ore, ogni cavallo dovrà avere la sua corda. Dei suoi due capi, l'uno dovrà essergli legato al collo; mentre l'altro deve risultare libero e penzolante, a mo' di briglia sciolta. Adesso che ogni cosa ti è stata chiarita per bene, non devi fare altro che invitare i tuoi uomini a darsi da fare e a eseguire quanto ti ho appena ordinato! Per il momento, questo è tutto!»
Il giorno successivo, prima di condursi tra i mandriani, Lucebio, a buon diritto, consigliò alla madre di non parlare con nessuno dello strano ordine impartito dal capo Kodrun al loro congiunto. Secondo lui, la gente avrebbe fatto presto a chiacchierarci sopra, fino a farsi venire le più strane idee. Inoltre, era opportuno perfino nascondere la malattia del padre, a evitare che dalla visita di qualche ficcanaso spuntasse fuori involontariamente la verità. A suo parere, perciò, la cosa migliore era quella di simulare un improvviso viaggio d'affari del capofamiglia. Il quale, prima di partire, aveva voluto dare al figlio, cioè a lui, disposizioni precise attinenti alla mandria.
La madre Iterna, da parte sua, non sospettando alcunché circa le intenzioni del figlio e condividendo le di lui preoccupazioni, ne approvò l'iniziativa. Perciò, considerandolo giustificato, decise di accoglierne il consiglio, essendo del tutto ignara che esso tendeva a perseguire uno stratagemma personale.
L'appoggio materno fece illuminare di gioia il volto di Lucebio. Allora, dopo aver consumato voracemente la colazione che la madre gli aveva preparata con tanto amore, si recò alla casa del funaio. Così gli fece presente che, a causa della perdurante assenza da casa del genitore, della quale lo aveva messo già a conoscenza nel precedente incontro, non era possibile per il momento estinguere il debito. Ma gli garantì che avrebbe riscosso il suo credito, non appena il padre fosse ritornato da Terdiba.
Quell'evenienza, che poteva apparire seccante, non rappresentò invece alcun problema per il funaio, poiché egli conosceva il cliente con cui stava avendo a che fare. Secondo lui, siccome il suo debitore era il possidente Chiorro, poteva ritenere già al sicuro nelle sue tasche la somma che egli gli doveva.
Quando Lucebio si ripresentò sull'altopiano, era da poco passato mezzogiorno. In quel luogo, con somma soddisfazione, egli prese atto che il lavoro era stato completato. Per questo, oltre a ringraziare il capomandriano, ne lodò pure le spiccate doti di ubbidienza e di prontezza nel fare portare a termine gli ordini da lui impartiti. Ma dopo aver posto fine alle sue parole elogiative rivolte all'uomo, gli aggiunse:
«A questo punto, Cleto, è da ultimarsi un altro lavoretto, che di sicuro ti risulterà strano e incomprensibile. Purtroppo, esso dovrà essere eseguito, senza che tu mi opponga alcun "ma" o mi chieda alcuna spiegazione. Ti ho reso bene l'idea? La cosa importante è che tu non dimentichi che si tratta di un comando perentorio di mio padre, il quale te lo trasmette espressamente per il mio tramite! Se ci tieni al tuo lavoro, abbilo a mente! Lo sai pure tu che sono in molti i disoccupati del nostro villaggio, i quali farebbero i salti mortali, pur di venire a lavorare alle dipendenze del mio genitore, al posto tuo e degli altri mandriani al tuo comando!»
«Certo che lo so benissimo, Lucebio, come lo sanno pure i miei subalterni! Ecco perché siamo molto riconoscenti al nostro generoso padrone. Ma vuoi riferirmi adesso quale sarebbe il nuovo lavoro che, venendo da noi trovato strano, non dovrebbe garbarci? Ti assicuro che, dopo averlo vagliato con cura, mi adopererò perché anch'esso venga compiuto a puntino!» Gli rispose il capomandriano, che questa volta si mostrava più incuriosito che diffidente.
«Ebbene, i tuoi uomini hanno due giorni di tempo per disfare le varie staccionate, che delimitano i recinti delle mandrie. Per l'esattezza, dovete prima slegare i pali orizzontali e poi sconficcare quelli verticali piantati nel terreno. Alla fine di tale lavoro, vi affretterete a raccogliere e a mettere insieme gli uni e gli altri, formando due cataste distinte e separate. A questo punto, conosci anche il nuovo lavoro.»
Le staccionate dei recinti erano state costruite con pali verticali e con traverse orizzontali. I primi, che erano lunghi tre metri, erano conficcati nel terreno e distavano l'uno dall'altro due metri e mezzo. Le seconde, invece, che erano di uguale lunghezza, formavano tre file orizzontali ed erano legate ai pali verticali con spezzoni di resistenti corde. Ma esse, non dovendo più servire, dopo andavano buttate via.
Il nuovo ordine di Lucebio mise in imbarazzo il capomandriano, il quale cercò di convincersi che il figlio del padrone aveva scherzato. Egli, ritenendolo frutto di una indubbia dissennatezza, dichiarò al padroncino che il sagace Chiorro non poteva aver dato un comando simile. Vedendo poi che il ragazzo faceva sul serio ed era categorico, cercò a tutti i costi di farlo riflettere su quanto gli aveva ordinato.
«Padroncino,» si diede a dirgli «perché vuoi che si esegua tale lavoro, che ritengo irragionevole e forse anche azzardato? Esso mi preoccupa non molto! Ma tuo padre ne è davvero al corrente? Secondo il mio parere, dopo che verrà portato a termine un lavoro del genere, i cavalli potranno scorrazzare liberamente per l'altopiano. Allora si correrà il rischio che essi imbocchino lo stradone e si precipitino giù a valle, dandosi a scappare per la vasta pianura. E con i Tangali che stanno per sopraggiungere, sai dirmi come faremo ad andare a recuperarli? L'inconveniente ci risulterà una fatica esorbitante, oltre che un serio pericolo per noi!»
Lucebio, mostrandosi infastidito, lo riprese con i dovuti modi.
«Stanne certo, Cleto, che il nuovo incarico, che vi ho dato, è l'esatta volontà di mio padre! Da parte tua, cerca invece di limitarti unicamente a eseguire gli ordini del tuo datore di lavoro, evitando sia di chiederti il perché ti vengono impartiti sia di preoccuparti delle conseguenze che potrebbero derivare dalla loro esecuzione. Dopotutto, non è mica la tua proprietà che è in gioco: non ti sembra? Inoltre, come hai potuto pensare a una fuga dei nostri cavalli verso valle, se sai molto bene che a metà stradone s'incontra il terrapieno che mio padre vi ha fatto improvvisare per ingannare e fuorviare i Tangali, se tentassero di salire quassù? Esso è disseminato di arbusti, appunto per nascondere a qualunque altra persona ciò che si svolge su questa media altura.»
«Anche se è come dici, Lucebio, circa una improbabile fuga dei cavalli verso valle, ciò non significa che il lavoro che vuoi farci compiere questa volta non sia da folle. Perciò adesso sono quasi tentato di non ubbidirti.»
«Cleto, sei libero di fare ciò che consideri giusto, poiché nessuno te lo impedisce. Ma poi sei certo di riuscire a sfamare in altro modo la tua famiglia, siccome un tuo rifiuto ti costerebbe il licenziamento su due piedi? Quindi, decidi tu per quale delle due soluzioni intendi optare: o ubbidisci agli ordini del babbo oppure ritieniti licenziato in tronco!»
La ferma determinazione di Lucebio spense sul nascere ogni perplessità e ogni resistenza di Cleto. Così il duro uomo, anche se in modo mogio e restio, alla fine si piegò al volere del ragazzo. In cuor suo, però, egli si riprometteva d'inviare l'indomani una persona di fiducia a casa del padrone, allo scopo di accertarsi di come stavano realmente le cose nella sua famiglia. Difatti fu ciò che egli fece il giorno dopo. Ma il mandriano, che aveva contattato di persona la madre di Lucebio, al suo ritorno non poté fare altro che confermargli quanto già gli aveva riferito il ragazzo. Ossia che Chiorro era partito per affari e che prima aveva lasciato al suo unigenito le istruzioni da trasmettere al personale.
A tale conferma inoppugnabile del suo uomo, il capomandriano non poté fare altro che stringersi nelle spalle e sollecitare i suoi uomini a completare il lavoro, entro il termine perentorio indicato dal figlio del padrone. Anzi, egli si tranquillizzò, soltanto quando vide le staccionate dei recinti interamente disfatte e le relative traverse ammucchiate in posti separati. Esse dopo formavano tanti grossi cumuli alti due metri e allogati sopra una superficie di trecento metri quadrati. Alla vista delle sbarre ammassate nei posti che egli stesso aveva scelto, l'adolescente Lucebio esultò di gioia incontenibile. Ma poi si affrettò a impartire un ulteriore ordine al capo dei mandriani, il quale, dopo la conferma materna, si mostrava definitivamente ammansito e per niente renitente a ogni altra sua richiesta.
«Vedi quante sbarre abbiamo ottenuto, Cleto?» egli cominciò a dirgli «Devi sapere che il solo numero delle traverse supera quello dei cavalli! Ebbene, è volontà di mio padre che ne venga regalata una a ciascuna delle bestie. Perciò hai altri due giorni di tempo per far legare dai tuoi uomini una sbarra a ogni corda che risulta attaccata al collo di un cavallo. Tieni presente che il capo libero della fune deve essere legato nella parte mediana della traversa. Mi sono spiegato sufficientemente? Oppure c'è bisogno di un supplementare mio chiarimento, affinché tu mi comprenda ancora di più?»
«Sei stato così chiaro, padroncino, che meglio non avresti potuto!» gli rispose il capomandriano, che adesso si era riproposto di non volerci più capire niente in quella faccenda, ma di ubbidire soltanto «Ma voglio sperare che non si facciano errori madornali a causa dei tuoi ordini, dei quali ci si debba poi pentire in avvenire!»
Cleto, che Lucebio aveva anche invitato a serbarsi con cura lo scritto del padre stilato sopra la pergamena, da poter esibire un domani come pezza giustificativa dell'operato che egli continuava a ritenere irragionevole e rischioso, seguitò a ubbidirgli in modo remissivo. Così pure quel nuovo lavoro, che era apparso l'ultimo per il momento, alla fine fu messo in atto dai mandriani nei modi e nei termini precisati dalla volontà del padroncino.
Dopo Lucebio chiamò a raccolta gli zelanti mandriani e li ringraziò per l'ottimo lavoro svolto. Di lì a poco, egli si affrettò a parlare a tutti loro in questo modo:
"A questo punto, vi esorto a vigilare al massimo, perché i cavalli non vi sfuggano e non scappino giù per lo stradone. Anche se non c'è il rischio che essi possano superare il terrapieno che fa da barriera invalicabile, però i loro nitriti di certo richiamerebbero l'attenzione di quei Tangali che potrebbero trovarsi in avanscoperta da queste parti. Lo sappiamo benissimo che, se dovesse accorgersi che su questo altopiano ci sono tanti cavalli, l'esercito tangalo sarebbe ben lieto di razziarli. Per questo motivo non smettete di tenerli il più possibile in mezzo al pianoro. Così facendo, terrete anche più al sicuro la vostra vita. Aggiungo che, da oggi e fino a quando l'esercito tangalo non sarà passato da queste parti, quassù non sarà più ammesso accendere fuochi, potendo essi segnalare ai nemici in arrivo la vostra presenza sull'altopiano. Ecco: è quanto intendevo raccomandarvi, prima di lasciarvi! Ma restate in attesa degli altri miei ordini, che sono prossimi ad arrivarvi!"
Fatte le sue debite raccomandazioni ai mandriani, Lucebio li salutò cordialmente e si congedò da loro. Pervenne alla casa paterna, quando dappertutto già incominciava a imbrunire. Ma il giorno dopo, di buonora, Lucebio era già di nuovo sull'altopiano, avendo intenzione di affidare una ulteriore incombenza al capomandriano. In cuor suo, per la verità, prevedeva che questa volta egli non sarebbe stato affatto d'accordo con essa, anche se non glielo avrebbe fatto intendere in modo manifesto. Così, quando se lo trovò davanti, Lucebio si mise a riferirgli:
«Cleto, è volontà di mio padre che nei prossimi tre giorni ammassiate quante più cataste di fascine possibili e formiate poi, con esse e con le sbarre rimaste, una lunga siepe circolare. Essa dovrà fare da unico grande recinto alle bestie. Tanto non vi manca il cordame per legare le fascine, visto che potete disporre di quello che era servito a tener legate le traverse dei vecchi steccati disfatti! Inoltre, desidero che da tale recinto circolare se ne diparta un altro a forma d'imbuto, il quale dovrà essere separato dal primo con delle solide transenne. Quest'ultimo, che all'inizio dovrà essere largo una ventina di metri, via via dovrà poi restringersi opportunamente, fino ad assumere nella sua parte terminale la stessa larghezza dello stradone, nel quale dovrà confluire perfettamente. Per questo motivo mettetevi all'opera, evitando di commentare quanto vi ho appena ordinato! Solo se mi darete ascolto, riuscirete a conservare il vostro posto di lavoro.»
Anche se si era proposto di attenersi pedissequamente a tutti i comandi del figlio del padrone, dentro di sé Cleto non accolse di buon grado l'incarico appena ricevuto. Il suo disaccordo stavolta non era dovuto a qualche motivo valido, che lo facesse opporre al medesimo. Ormai gliene importava ben poco, dopo che la madre aveva garantito che il figlio si atteneva scrupolosamente alle disposizioni paterne. Invece adesso, più che dal suo contenuto opinabile in qualche modo, il suo dissenso gli proveniva dal fatto che esso veniva ancora a oberare di fatica i suoi uomini. Essi erano stati già sovraffaticati dalla gigantesca quantità di lavoro dei giorni precedenti, che li aveva stremati fino all'inverosimile!
Infine, pur temendo che un'altra faticosa incombenza avrebbe suscitato del malcontento fra i suoi subalterni, egli non si azzardò a far presente a Lucebio quella sua preoccupazione. Al contrario, gli promise che se ne sarebbe incaricato subito. Solo dopo tre giorni di lavoro, i mandriani riuscirono a portare a termine i due recinti di fascine che erano stati loro ordinati, convogliando le numerose mandrie in quello più grande. Naturalmente, nessuno di loro comprendeva il perché di tanti lavori, all'apparenza del tutto illogici e perlopiù insensati!
All'alba del quarto giorno, Lucebio era già di nuovo sull'altopiano, poiché voleva controllare se i lavori erano stati effettuati, secondo le disposizioni da lui emesse il giorno precedente. Dopo aver constatato che ogni cosa aveva avuto il suo svolgimento come da lui espresso, se ne ritornò a sbrigare alcune impellenti faccende di casa. Le quali erano rimaste trascurate, da quando aveva obbligato il padre a restare a letto con l'abile marchingegno a noi noto. Esso, in un certo senso, aveva richiesto anche la collaborazione indiretta dell'ignaro capo del villaggio.
Nel primo pomeriggio di quello stesso giorno, in Litios si era sparsa la voce l'esercito tangalico era già a vista d'occhio. Secondo i perlustratori inviati dal capo del villaggio, esso era composto da ottantamila fanti e ventimila cavalieri, Invece quello litiosino, come abbiamo già appreso, era formato da quindicimila fanti e cinquemila cavalieri. Quest'ultimo, secondo le previsioni, siccome risultava la quinta parte di quello tangalo, ne sarebbe stato sconfitto senza alcun dubbio.
Ricnos, venuto a sapere dai suoi agenti segreti operanti sul territorio litiosino che il suo avversario Kodrun aveva piantato il campo a due miglia di distanza da loro, decise di accamparsi pure lui per un valido motivo. Al momento di dare battaglia, egli intendeva avere a sua disposizione soldati in piena efficienza psicofisica. Inoltre, non voleva attaccare i nemici durante le ore notturne. Esse, a suo avviso, avrebbero potuto spingerlo a un assalto intempestivo favorevole all'esercito litiosino. Il capo tangalo invece era persuaso che sarebbe stato imprudente, oltre che da inesperto, intraprendere un'azione bellica di notte in un luogo che era favorevole ai suoi nemici e del tutto sconosciuto ai suoi soldati. Inoltre, data la superiorità numerica dell'esercito al suo comando, esso aveva soltanto da guadagnarci da una battaglia campale diurna.
Quindi, il capo dei Tangali rimandò lo scontro al giorno seguente, di preciso a mezzogiorno. In quel modo avrebbe evitato ogni insidia da parte di Kodrun, che stimava un rivale piuttosto scaltro, per avere già battuto e umiliato il proprio genitore. Ma adesso egli era convinto che sarebbe stato lui a sconfiggere l'autorevole Litioside, poiché lo avrebbe schiacciato come si faceva con i pidocchi, distruggendo il suo esercito e radendo al suolo il suo villaggio. Alla luce dei ragguagli presentati dai suoi tre esploratori sulle diverse zone circostanti, Ricnos ritenne opportuno collocare il proprio accampamento ai piedi dell'altopiano di Chiorro. Per l'esattezza, stabilì di farlo accampare davanti allo stradone che portava su. Il quale, com'era stato controllato e appurato, a una certa altezza si presentava sbarrato da un costone impervio e inaccessibile. Perciò, almeno da quel lato, egli non avrebbe dovuto temere nessuna sorpresa da parte dei nemici.
Nel frattempo sull'altopiano i mandriani erano divenuti trepidanti, apparendo in preda a una grande agitazione, specialmente dopo che avevano appreso che i Tangali si erano accampati proprio ai piedi del loro altopiano. Essi s'immaginavano già il terribile volto della morte, che andava a visitarli; per questo, come se fossero degli autentici bambini, ne provavano un immenso spavento. Non la stessa cosa si poteva dire di Lucebio, che era ritornato da poco in mezzo a loro. Egli, ripensando a come le cose si erano messe bene e totalmente a favore dei suoi celati disegni, si mostrava con un animo pervaso d'insolita giocondità. Essendosi poi accorto della paura che soggiogava i cinquanta dipendenti del padre, il figlio di Chiorro intervenne a rivolgere loro il seguente sermone:
"Non immaginavo che in voi si annidasse tanta pusillanimità, mandriani. Eppure so che un tempo avete combattuto con onore nell'esercito di Kodrun! Trovandovi così cambiati in peggio, il grande stratega non vi riconoscerebbe più e si vergognerebbe di voi. Ma che cosa v'incute un terrore così grande nell'animo, che quasi vi sprizza dagli occhi? Forse la morte? Invece essa non dovrebbe spaventarvi in questo modo; al contrario, dovreste affrontarla a viso aperto, soprattutto in questi momenti difficili! Se saremo costretti a difenderci, lo faremo con ardimento e con tutte le nostre forze, affinché nessuno tra i nostri amici e conoscenti abbia a darci del codardo!
Come sapete, è quanto già si stanno preparando a fare Kodrun e i suoi soldati. Indomiti e sprezzanti di ogni pericolo, essi sono pronti a sacrificarsi, pur di non consentire all'aggressore tangalico di calpestare impunemente il loro patrio suolo e pur di non far correre alcun pericolo ai loro familiari. Il pensiero della Patria oltraggiata, al posto del timore, susciti in voi il rancore per il nemico e il fermo proposito di farlo pentire della sua tracotanza senza limiti! Vi do assicurazione che esclusivamente in questo modo ritornerete a essere dei veri uomini, onorati e riveriti da tutti i Litiosidi!"
Le parole del giovinetto, il quale mostrava ancora due guance rosee e quasi glabre, a causa della sua età ancora immatura, indussero quegli uomini adulti a provare vergogna di sé stessi e a farsi della morte una diversa opinione, quella che non li spaventava più. Per questo motivo, essi stabilirono di non temerla come vilmente avevano fatto fino a quel momento; ma di affrontala con coraggio e con animosità. Dopo il suo discorso fatto agli uomini del padre, il quale era riuscito a trasformarli in meglio, Lucebio chiamò in disparte il loro capo e gli spiegò con animo sereno:
«A questo punto, Cleto, mi restano ancora da darti gli ultimi due ordini, la cui esecuzione è prevista verso la mezzanotte. Spero che tu non voglia opporti a essi! Il primo riguarda la rimozione del terrapieno, nonché dei vari elementi arborei e arbustivi che vi sono stati piantati sopra. Come ben sai, mio padre ve lo fece improvvisare più di un mese fa a metà stradone, allo scopo d'ingannare i Tangali invasori e far credere loro che questo altopiano fosse un luogo tutto bosco impraticabile e mai battuto da anima viva. Il secondo riguarda i cavalli. A un mio segnale, dopo essere stata rimossa la transennatura che li separa, dovrà essere appiccato il fuoco ai due recinti, in modo che le fiamme terrorizzino il più possibile le bestie e le facciano scappare con irruenza giù per lo stradone. Ecco: questi sono i restanti miei ordini! Sono sicuro di essere stato abbastanza chiaro e mi auspico che tu e i tuoi uomini vogliate continuare a ubbidirmi senza la minima opposizione, se ci tenete a conservare l'attuale impiego. Il quale vi permette di sfamare le vostre famiglie e voi medesimi!»
In verità, già prima d'impartirli, Lucebio era convinto che gli uomini del padre avrebbero opposto un reciso diniego ai suoi due ultimi ordini. Il motivo? Ebbene, essi sarebbero stati dell'avviso che la loro esecuzione avrebbe messo a repentaglio la loro incolumità e la loro sopravvivenza. Infatti, il capomandriano, appena il giovinetto ebbe finito di comunicarglieli, prima s'infuriò e poi lo aggredì in malo modo, usando tali parole:
«Non ci sono dubbi che la tua sia pura follia, Lucebio! A questo punto, mi sorge anche il sospetto che l'avveduto tuo padre sia stato sempre all'oscuro degli ordini che ci hai dati fino a oggi e che la stessa pergamena da te attribuitagli non sia autentica, ma opera di una tua mistificazione. Mentre io, ingannato anche dall'atteggiamento corrivo della tua genitrice, la quale è sicuramente tua complice, ci sono cascato come un grullo. Alla faccia della mia fama di tipo difficile e intransigente! Mi sai dire chi, avendo un briciolo di cervello, penserebbe ad appiccare quassù un falò del genere, il quale avviserebbe all'istante i Tangali della propria presenza quassù? Essi, come noi sappiamo, adesso sono accampati esattamente ai piedi del nostro altopiano.»
«Senza un valido motivo, Cleto, non si permetterebbe nessuno!» gli rispose Lucebio «Ma, nel nostro caso, fare quanto vi ho ordinato non corrisponde a pura follia. Perciò è vostro dovere ubbidirmi alla cieca, siccome la vostra ubbidienza risulterà unicamente un bene per il nostro villaggio e per tutti i suoi abitanti!»
«Invece, Lucebio, tu non solo desideri che i Tangali ci avvistino, ma vuoi anche sgomberare la strada di ogni impedimento. Così essi potranno raggiungerci più in fretta e farci la pelle prima del tempo. A mio avviso, i tuoi ordini possono trovare riscontro soltanto in decisioni puramente demenziali. Ma se credi che io sia disposto ad assecondarti ancora, come se avessi perduto totalmente il prezioso lume della ragione, te lo puoi pure scordare, figlio del mio padrone! Inoltre, sono convinto che anche il restante personale dell'insigne tuo genitore, pensandola allo stesso modo mio, non vorrà più offrirti la sua collaborazione. Devi convincertene!»
Stando così le cose, Lucebio prese coscienza che, da quel momento in poi, non avrebbe più ottenuto né ubbidienza né collaborazione da Cleto e dai mandriani suoi subalterni. Ciò, perché il timore della morte li aveva mutati in tenaci oppositori dei suoi ordini. Allora, per mettere in atto la parte finale del suo progetto, era obbligato a ricorrere al capo del villaggio, il quale, avrebbe dovuto mutare le sorti dell'imminente battaglia. Così avrebbe chiesto a lui l'aiuto necessario che gli occorreva in quella circostanza. Per fortuna, Kodrun era accampato con il suo esercito a meno di due miglia dall'accampamento nemico e poteva essere raggiunto in poco tempo. Ammesso che egli ce l'avrebbe fatta a superare la sorveglianza tangalica e ad allontanarsi dall'altopiano, senza prima venirne scoperto e ucciso!