1-FEPASANI E MIDOSANI IN LOTTA SUL PIANETA OLUOZ
Oluoz si trovava a orbitare intorno alla stella Teluas, che apparteneva alla galassia di Seven, insieme con altri tre pianeti, i cui nomi erano Boust, Carost e Demut. Su di esso vivevano i seguenti due popoli: i Fepasani, che abitavano nella città di Fepasan, e i Midosani, che abitavano nella città di Midosa. Gli Oluozidi costituivano una razza simile a quella umana e avevano le seguenti caratteristiche fisiche: statura media intorno ai due metri, pelle grigiastra, orecchie pendule, naso camuso, cute della volta cranica calva e bitorzoluta. Il loro corpo si presentava ben strutturato, per cui era da considerarsi atletico. Comunque, non mancavano casi in cui esso accusava delle carenze morfologiche assai vistose. Le quali erano dovute ad anomalie congenite, come di rado succedeva anche nella razza umana, nella quale le medesime prendevano il nome di malformazioni fetali.
La regione, sulla quale si erano stanziati i Fepasani, era la Berap; mentre la Daven era quella in cui si erano stabiliti i Midosani. In precedenza, durante la generazione che aveva visto nascere Arkust, tra i due popoli c'erano stati degli ottimi rapporti. Essi erano stati permessi dai loro sovrani, che coltivavano un'atavica amicizia sincera e disinteressata. Tali sovrani erano stati Fugen, che regnava nella città di Fepasan, e Morbes, che sedeva sul trono di Midosa. Fra i loro sudditi avvenivano anche degli scambi commerciali riguardanti sia il settore alimentare che quello artigianale. Inoltre, imitando i loro magnanimi re, non erano poche le famiglie appartenenti al popolo fepasano che avevano stretto legami di amicizia con altrettante famiglie midosane. Per questo le esistenze delle due popolazioni oluozine procedevano d'amore e d'accordo, senza che ci fosse tra di loro il più piccolo screzio. In seguito, dopo un trentennio di pace e di distensione, fra le due città amiche le cose erano precipitate; ma solo perché in esse avevano smesso di vivere i loro sovrani, i quali erano morti di vecchiaia, alla distanza di un anno l'uno dall'altro. Allora in Fepas era succeduto al re Fugen il figlio Tolep; invece il re Morbes aveva avuto come suo successore il figlio Sourg.
Dopo la morte del proprio genitore, il sovrano fepasano, seguendo le orme paterne, aveva continuato a propugnare una politica basata sulla distensione, ossia onesta e liberista. Al contrario, il sovrano midosano, in modo larvato, si era dato a tenere vive nel proprio animo solo mire espansionistiche. Per cui la sua visione politica tendeva a contrastare quella del suo omologo di Fepas. Infatti, già nel loro primo incontro, che si era avuto a Midosa, presso la corte del re Sourg, costui aveva voluto raffreddare l'entusiasmo con cui gli si era rivolto il re Tolep. Il quale aveva voluto assicurargli:
«Da parte mia, mio nobile collega, non ci sono problemi a seguitare a mantenere fra noi due gli stessi sinceri rapporti amichevoli che coltivavano i nostri genitori. In questo modo permetteremo pure ai nostri popoli di conservare la loro amicizia e i loro scambi commerciali. Non sei anche tu disposto a fare lo stesso?»
«Quanto a me, re Tolep, per il momento non posso garantirti le medesime cose, siccome non ho ancora deciso quali dovranno essere i miei futuri progetti, sia quelli a breve che quelli a lunga scadenza. Perciò è anche probabile che esse possano cambiare direzione, dalla sera alla mattina! Lo sai anche tu che tutto è mutevole ed effimero in questa nostra esistenza e non si può mai essere certi di niente, intanto che viviamo all'insegna della precarietà.»
«Re Sourg, non ho compreso bene il tuo ragionamento, il quale mi è parso alquanto sibillino. In verità, il tuo pensiero mi è risultato enigmatico, come ambigue mi sono suonate le tue parole. Allora vuoi chiarirmi meglio dove hai intenzione di collocare la tua posizione, a proposito della nostra secolare amicizia? Te ne sarei grato, se tu me lo chiarissi senza ricorrere a circonlocuzioni!»
«Per il momento, re Tolep, non mi va di collocarla in qualche parte; ossia non intendo metterla ancora sulla bilancia per dare a essa il giusto peso. Non appena lo avrò fatto, ne verrai senz'altro a conoscenza: te lo prometto! Ma adesso, avendo altri impegni più importanti da soddisfare, mi vedo costretto a congedarti in gran fretta.»
Il re di Fepas non aveva gradito il maltrattamento subito da parte del sovrano Sourg e, una volta che se n'era ritornato nella sua città e aveva raggiunto la sua corte, si era preparato a ricevere notizie tutt'altro che belle da lui. Glielo aveva fatto sospettare e prevedere l'atteggiamento che il suo omologo di Midosa aveva assunto durante il breve colloquio che c'era stato fra loro due nei giorni appena trascorsi. Perciò, se da un canto, si mostrava preoccupato per i futuri sviluppi che ne sarebbero derivati; dall'altro, di fronte al suo popolo, si sentiva di avere la coscienza pulita. A suo avviso, non sarebbe stata colpa sua, se i rapporti amichevoli esistenti tra i Fepasani e i Midosani prima o poi si fossero incrinati o addirittura rotti per sempre.
La sua preoccupazione non si era fatta attendere a lungo, poiché, in capo a un mese, il re Sourg gli aveva fatto pervenire una sua ambasceria. I tre legati, che la costituivano, dopo essersi fatti ricevere da lui, senza mezzi termini, gli avevano riferito quanto il loro sovrano aveva ordinato loro. Del gruppo, a ogni modo, era stato uno solo a parlargli con tale linguaggio presuntuoso:
«Re Tolep, ci presentiamo a te, come ambasciatori dell'eccellentissimo nostro re Sourg, il quale è da considerarsi il più grande dei sovrani. Siamo latori di una sua ambasciata e attendiamo il tuo permesso di rendertela nota.»
«Inviati plenipotenziari di Midosa, come potrei negarvi la libertà di parlarmi a nome del vostro re, senza ascoltare quanto egli ci tiene a parteciparmi? Orsù, datevi a riferirmi ciò che egli vi manda a dirmi tramite voi!»
«Ebbene, re Tolep, forse il contenuto della nostra ambasciata non ti risulterà per niente gradito; ma noi non ne abbiamo alcuna colpa, essendo soltanto portatori del suo messaggio. Spero che comprenderai il nostro ruolo in questa missione e che tu voglia tenerlo in grande considerazione, anche dopo che te lo abbiamo riferito!»
«Certo che mi metterò nei vostri panni in questa circostanza, legati del mio omologo midosano! Non è forse risaputo che ambasciator non porta pena? Quindi, riportatemi ogni cosa che il vostro re Sourg vi manda a comunicarmi e facciamola finita, senza troppi preamboli!»
«Secondo il nostro sovrano, il popolo fepasano risulta intellettualmente inferiore, se viene paragonato a quello nostro. Per il quale motivo, i Fepasani devono portare riverenza verso i Midosani, preoccupandosi, con parte del loro lavoro, di provvedere pure al loro fabbisogno. Nel caso poi che dovesse esserci un secco rifiuto da parte vostra alla sua legittima imposizione, i Midosani si vedrebbero costretti a difendere questo loro diritto con il ricorso alle armi.»
«Ambasciatori di un monarca, che ha perduto del tutto la ragione, andate a riferirgli che il popolo fepasano giammai si piegherà a una tale sua pretesa, la quale può essere uscita soltanto da una mente contorta e malata. Visto che ci minaccia anche di farci guerra, nel caso che oseremo opporci a quanto egli insanamente pretende da noi, fategli presente che i Fepasani, sebbene siano numericamente la metà, non temono un'aggressione armata da parte dei Midosani, poiché essi sapranno ben difendere la loro città. Dopo avervi dato la giusta mia risposta, potete pure lasciare la mia reggia, la mia città e il mio regno, perché la facciate avere al più presto al vostro impudente sovrano. Sono certo che egli la starà aspettando senza un briciolo di ritegno!»
Appresa dalla terna dei suoi ambasciatori la risposta che il re Tolep gli aveva fatta arrivare, il sovrano di Midosa prima aveva dato in escandescenze. Subito dopo era passato a lanciare minacce di ritorsione contro il popolo fepasano e di vendetta contro il suo sovrano. Quando infine lo sdegno si era alquanto sbollito nel suo animo, era andata maturando in lui l'idea che era tempo che il suo esercito cominciasse ad affilare le armi. Così si sarebbe data una lezione coi fiocchi a colui che aveva osato offenderlo in quella maniera, nonché si era rifiutato di accettare le sue condizioni. A tale scopo, aveva convocato presso di sé Kazon, il quale era il comandante in capo del suo esercito. A proposito di costui, vanno chiarite alcune cose sulla sua persona, che adesso ci diamo ad apprendere senza indugio, prima di avere il suo colloquio con il proprio re.
Riferendoci a lui, bisognava ammettere che non si era di fronte a un uomo d'armi comune, poiché egli possedeva tutte quelle doti positive che lo avevano portato a ricoprire una così prestigiosa carica nell'esercito midosano. Nell'autorevole personaggio, di cui ora ci stiamo occupando, primeggiavano l'astuzia della volpe, un carattere indomabile, una eccellente esperienza militare e delle disposizioni naturali in fatti di strategia. Quanto alla sua perizia d'armi, essa si dimostrava la migliore esistente nella propria città e in quella fepasana. Per le quali sue note distintive, l'eccezionale Kazon era salito alla ribalta presso la corte di Midosa, fino a ottenere in passato dal re Morbes la nomina a comandante supremo dell'esercito. Ma l'anno dopo era stato lo stesso sovrano a destituirlo da tale carica per indegnità, per una ragione che aveva considerata della massima gravità. Difatti l'autorevole comandante gli aveva proposto di dichiarare guerra ai Fepasani, facendo occupare la loro città dal suo esercito e assoggettandoli al proprio potere, come se fossero dei veri schiavi. A tale proposta, da lui ritenuta indecente e priva di buonsenso, il sovrano midosano lo aveva esautorato ipso facto; inoltre, lo aveva esiliato dall'intera Daven, la quale era la regione dei Midosani.
Alla morte del padre, il re Sourg, dopo essergli succeduto, come suo primo atto regale, aveva richiamato in patria il comandante Kazon e lo aveva reintegrato nella sua ex carica di capo supremo dell'esercito midosano. Subito dopo gli aveva fatto presenti le sue mire espansionistiche, le quali coincidevano perfettamente con quelle dell'alto ufficiale. Allora entrambi si erano dati da fare, affinché avvenisse al più presto la conquista della regione Berap, la quale era la terra dei Fepasani, e si costringesse alla capitolazione la loro città, che era Fepas. Così, essendo ormai certi di avere allestito un esercito pronto a invadere e a sottomettere i territori berapini senza la minima difficoltà, il monarca midosano aveva avuto l'ardire d'inviare al re Tolep i suoi legati con l'ambasciata, che abbiamo appena conosciuta. Esposti i fatti che c'erano stati prima dell'invio degli ambasciatori da parte del re Sourg, possiamo riportarci a quelli che si stavano avendo nel presente.
Ebbene, non appena il capo supremo del suo esercito era stato in sua presenza, il sovrano di Midosa si era dato a dirgli:
«Comandante Kazon, la risposta del re Tolep è stata quella che ci attendavamo. Egli, non solo si è rifiutato di accettare la mia proposta, ma anche mi ha offeso, dichiarando che soltanto a un mentecatto poteva venire un'idea simile. Perciò, senza perdere altro tempo, bisogna iniziare l'invasione della Berap. Tu mi assicuri che il nostro esercito è già nelle condizioni ottimali di poterla portare avanti a gonfie vele?»
«Non ci sono dubbi, re Sourg, che esso è già all'altezza della situazione per intraprendere una simile impresa, anche perché possiamo fare affidamento su una fanteria e una cavalleria abbastanza solide, avendo a nostra disposizione centomila fanti e cinquantamila cavalieri. Invece le forze dei nostri nemici potranno mettere in campo al massimo la metà dei nostri contingenti armati. Inoltre, non dimenticare che i nostri soldati saranno comandati da uno stratega, che è senza uguali sia nella Berap che nella Daven. A ogni modo, attenderei ancora qualche mese, prima di lanciarci in grande stile nell'azione militare, che ci sta tanto a cuore. Ciò, non senza un motivo!»
«Perché mai, Kazon, vuoi allungare i tempi nella nostra invasione della Berap? Non hai detto che il nostro esercito è già nelle migliori condizioni di rendimento per cominciarla e concluderla vittoriosamente, oltre al fatto che ha un capo ineguagliabile?»
«Certo che lo è, sire! Io, però, intendo prima stancheggiare i nostri nemici con varie incursioni ostili sul loro territorio, facendo strage di quanti ci capiteranno tra le mani. Così agendo, costringeremo il loro sovrano a inviarci contro l'esercito di cui dispongono, allo scopo di far cessare le nostre scorrerie assassine e predatrici. A quel punto, faremo intervenire anche il nostro esercito e lo costringeremo a uno scontro armato in campo aperto, evitandoci un lungo assedio. Il quale non ci risulterebbe facile nel condurlo contro Fepas, la quale è una città così bene fortificata, da presentarsi quasi imprendibile dalle nostre schiere.»
«Forse hai ragione tu, mio valente comandante. Perciò le nostre azioni militari contro i Fepasani prendano la piega che mi hai suggerita. Che la fortuna sia con noi!»
Nel frattempo il re Tolep non se n'era restato ad attendere gli eventi con rassegnazione fatalistica, mostrandosi inoperoso verso l'incerto futuro. Al contrario, essendo convinto che il cervellotico sovrano di Midosa faceva sul serio, per cui ben presto fra i Fepasani e i Midosani ci sarebbe stata senz'altro una guerra, anch'egli aveva convocato a corte il capo supremo del suo esercito, al quale si era espresso in questi termini:
«Comandante Etros, per come si sono messe le cose, ben presto il nostro popolo si ritroverà ad affrontare una guerra contro i Midosani, pur non essendo noi a volerla.»
«Come mai, sire, tutto a un tratto, i rapporti fra i nostri due popoli si sono aggravati a tal punto, da vederci addirittura coinvolti in un imminente conflitto armato?»
«Ciò non è avvento per colpa mia, Etros. Invece è stato quello scriteriato del re Sourg a volere che la nostra amicizia andasse in frantumi e nascesse in lui il desiderio di guerreggiare con noi. Stamani mi è giunta una sua ambasceria, la quale mi ha recato un suo folle messaggio. Secondo il quale, essendo il nostro popolo intellettualmente inferiore rispetto a quello loro, i Fepasani devono assoggettarsi ai Midosani e fornirgli la metà dei prodotti ricavati dal loro lavoro dei campi. In caso contrario, ricorreranno alle armi nei nostri confronti.»
«L'atteggiamento del sovrano midosano è inammissibile, re Tolep. Perciò non ci resta che ricorrere ai ripari con urgenza, preparandoci a una guerra assurda, che non ci si permetterà di evitare. Ma bisognerà affrontarla nella maniera a noi più favorevole, se non vogliamo andare incontro a una terribile sconfitta. Ciò significa che a qualunque costo occorrerà ovviare a uno scontro in campo aperto fra il nostro e il loro esercito, disponendo noi la metà dei contingenti midosani, per cui ci troviamo di fronte a un rapporto uno a due. Difatti i nostri nemici hanno il doppio dei nostri fanti, che sono cinquantamila, e dei nostri cavalieri, che sono venticinquemila. Per la quale ragione, ci toccherà arroccarci nella nostra città, che considero inespugnabile, e difenderci da un loro assedio con tutte le nostre forze. Se esso ci sarà, vedrai, mio sovrano, a molti soldati nemici faremo fare una brutta fine, poiché li accoglieremo con abbondante acqua, olio e pece alla massima ebollizione. Né mancheranno massi di ogni peso, che gli catapulteremo addosso.»
«Allora, mio egregio comandante, mi affido alla tua bravura e alla tua sagacia. Da oggi stesso, quindi, inizierai a preparare un'ottima difesa della nostra città, fortificandola anche in quei punti che, a tuo parere, dovrebbero presentarsi i più nevralgici.»
«Lo farò senza meno, mio nobile re. Nello stesso tempo, però, invierò nelle nostre terre delle truppe perché vi facciano il massimo rifornimento di viveri e di acqua, a evitare che i nemici possano costringerci ad arrenderci per fame e per sete. Se ci sarà una tua ordinanza in materia, esse requisiranno le scorte alimentari che troveranno in quelle case coloniche, i cui residenti si rifiuteranno di rifugiarsi nella nostra Fepas.»
«Certo che tali truppe saranno autorizzate da me per la loro requisizione, Etros! Perciò ora puoi congedarti da me e correre a mettere mano a entrambe le operazioni.»
Trascorsi una quindicina di giorni da quel colloquio, l'esercito fepasano aveva portato a termine l'una e l'altra operazione, per cui adesso, quando Kazon aveva deciso di dare inizio alle incursioni nei territori berapini, i Fepasani si sentivano pronti a far fronte all'assedio nemico. Ma nei giorni che seguirono, anziché esserci l'attesa invasione della Berap da parte dell'esercito midosano, erano cominciate ad aversi sul suo territorio varie scorrerie. Con le quali le schiere dei nemici miravano a mettere a ferro e a fuoco quelle zone che non erano state abbandonate dai coloni residenti. Esse, oltre a bruciarne le fattorie, facevano strage di coloro che, non avendo tenuto conto delle raccomandazioni del loro sovrano, erano rimasti ad abitarle. In verità, c'erano anche delle case coloniche che, trovandosi nelle remote terre di confine, non erano state neppure avvertite e allertate a causa del nuovo stato di cose, che molto presto si sarebbe avuto sulle loro terre. Perciò esse erano state le prime a subire le incursioni dei soldati midosani e le uccisioni dei loro abitanti, che ne erano derivate molte e crudeli.
Così, in brevissimo tempo, si erano avute sui territori della regione berapina numerosi stermini di quei coloni, i quali non avevano voluto abbandonare le loro fattorie oppure avevano tardato a rifugiarsi in Fepas, dove ci sarebbe potuta essere per loro la salvezza. Da quei pochi che erano riusciti a scampare al pericolo rappresentato dai Midosani, in città si era venuto a sapere che questi commettevano delle atrocità inaudite contro quanti sorprendevano nelle loro fattorie oppure durante la loro fuga verso Fepas. Essi ammazzavano senza pietà anche i vecchi, i bambini e le donne, riservando a queste ultime un trattamento che faceva ribrezzo. Dopo averle stuprate, sottoponendole a violenze carnali di gruppo, le legavano al tronco di un albero e le facevano diventare bersagli delle loro frecce. Anzi, non smettevano di scagliarle loro addosso, fino a quando la morte non sopraggiungeva nelle sventurate.
A quelle notizie terribili e ignominiose, il re Tolep e il comandante in capo dell'esercito fepasano avevano avvertito la necessità d'incontrarsi di nuovo a corte per discutere su quanto stava succedendo sui loro territori. Nell'incontro, era stato il sovrano a parlare per primo, dicendo:
«È davvero inumano, Etros, ciò che alcuni nostri coloni scampati al pericolo hanno riferito sulle azioni indegne di un essere umano compiute da alcuni manipoli di combattenti nemici. I quali, percorrendo in lungo e in largo varie parti dei nostri territori, vanno uccidendo vigliaccamente alcuni nostri connazionali e le loro famiglie indifese. Mi dici tu cosa possiamo fare per arrestare i loro massacri e permetterci di vendicare i nostri inermi compatrioti?»
«Anch'io, re Tolep, mi mostro inorridito, di fronte agl'ignominiosi fatti di sangue, dei quali si stanno rendendo responsabili i nostri nemici, che non mi sarei mai aspettato da loro! In una circostanza del genere, però, non ci è consentito d'inviare contro di loro il nostro esercito. Se prendessimo un simile provvedimento, facendo uscire dalla nostra città le nostre truppe, in quel caso faremmo il gioco dei Midosani. Essi, a mio giudizio, attendono proprio che da noi si commetta un errore di questo tipo, per attaccarle subito dopo con le loro falangi e sbaragliarle. Per il momento, secondo me, i nostri nemici le tengono nascoste in qualche parte; ma sono pronti a farle intervenire contro il nostro esercito, non appena si avventurerà in campo aperto. Dopo essi cercheranno innanzitutto di tagliargli la ritirata in Fepas.»
«Con quanto mi hai detto, capo supremo del mio esercito, hai voluto asserirmi che abbiamo le mani legate in questa vicenda. Per questo non possiamo far niente in soccorso di quei coloni, che sono impotenti a difendersi, per cui dobbiamo abbandonarli al loro crudele destino.»
«In un certo senso, è così, mio sovrano. Comunque, c'è una remota possibilità di poter essere in qualche modo di aiuto a quanti non sono stati ancora travolti dalla mannaia falciatrice dei nostri nemici. Ma anch'essa comporterebbe per noi dei rischi.»
«Etros, quale sarebbe questa possibilità? E perché mai hai fatto menzione di un'azione pericolosa, nel caso che la si tentasse da parte nostra? Naturalmente, ti sarai riferito soltanto a un gruppo dei nostri soldati, i quali dovrebbero essere mandati a compierla fuori città.»
«Esatto, nobile re Tolep! Stavo pensando appunto a un drappello bene armato, formato dai nostri uomini più combattivi e audaci, i quali dovrebbero uscire da Fepas nottetempo e scovare quei nemici che vanno alla ricerca dei nostri coloni per sopprimerli. Ne basterebbero cento, perché la loro missione abbia l'esito da noi sperato.»
«Come tu hai fatto presente, Etros, ci sarebbe sempre il pericolo che i nostri pochi soldati che dovrebbero farne parte, potrebbero imbattersi in un battaglione nemico e venirne annientato. Quindi, cosa consiglieresti loro per evitare tale contrattempo?»
«Il nostro drappello, sire, dovrebbe agire esclusivamente di notte; mentre di giorno si darebbe a dormire, tenendosi nascosto all'interno di qualche macchia. Ma la sua attività dovrebbe iniziare già al crepuscolo, per cercare d'individuare delle volute di fumo che s'innalzassero nell'aria, poiché esse potrebbero segnalare la presenza di nemici prossimi a darsi al bivacco notturno. In quel caso, attenderebbero la notte per intervenire contro di loro e sorprenderli durante il sonno, facendoli fuori tutti senza venire scoperti, ossia sgozzandoli durante il sonno.»
«Sono d'accordo con il tuo piano, Etros. Perciò la missione del nostro drappello, considerata sotto tale aspetto, potrà avere inizio già da stanotte. Dunque, puoi incominciare a prepararla durante la giornata a stretto rigore, perché abbia il successo da noi auspicato.»
Era stato così che il drappello fepasano si era dato a operare nelle ore notturne, mentre in quelle diurne se ne restava nascosto all'interno di una boscaglia, dove si dava a riposare e a farsi anche una bella dormita. Ma una volta giunto il tramonto, un paio di loro partiva in perlustrazione per avvistare, senza esserne scorti, uno dei sanguinari gruppi di soldati nemici che operavano sui loro territori. Quando lo avvistava, lo tallonava, finché esso non si accampava in qualche luogo per ristorarvisi, per riposarvi e per prendervi sonno. Allora, dopo averne messo a conoscenza i restanti commilitoni del drappello, nel cuore della notte intervenivano in massa nel loro accampamento con il massimo silenzio e li trucidavano senza pietà, squarciando a tutti loro la gola. Agendo in quel modo, essi vendicavano i coloni fepasani da loro sterminati, senza che il nemico potesse accorgersi dei loro ammazzamenti notturni.
La missione del drappello fepasano, però, non aveva potuto agire a lungo nell'ombra. Dopo che esso aveva eliminato un quarto gruppo di soldati nemici che erano intenti a uccidere i loro conterranei, l'astuto Kazon, che ne era stato l'artefice, alla fine si era reso conto che qualcosa non quadrava. Infatti, aveva compreso ciò che stava succedendo ai soldati, a cui aveva affidato il compito di darsi alle mattanze dei coloni fepasani e alla distruzione delle loro fattorie. Allora, con l'intento di dare la caccia a quelli che lo stavano fregando, per avergli già fatto fuori un gran numero di uomini, aveva stabilito di cambiare tattica. Così avrebbe sorpreso e annientato i nemici, che erano stati posti sulle tracce dei gruppi da lui formati. Per prima cosa, servendosi di staffette, aveva richiamato presso di sé quanti ne restavano ancora in azione. Dopo aveva formato due nuovi gruppi di armati, composto ciascuno da mille soldati, entrambi con il compito di dare la caccia a quei nemici che avevano fatto grandi stragi dei suoi uomini razziatori. Ma questa volta essi si sarebbero dovuti alternare nel tempo. Ossia, nelle loro ricerche sul territorio nemico, mentre l'uno avrebbe agito nelle ore di luce, l'altro avrebbe operato nelle ore di buio.
Alcuni giorni dopo, la fortuna aveva arriso ai ricercatori diurni, i quali per caso si erano trovati a transitare dalle parti dove i cento soldati fepasani se la dormivano tranquillamente, ai margini di una piccola radura boschiva. Allora, sorprendendoli nel sonno, li avevano attaccati e massacrati senza pietà. Infine, come da ordine ricevuto dal loro comandante in capo, li avevano decapitati. Non bastando ciò, cento di loro avevano fissato le teste dei medesimi in cima alle loro lance. Al termine della coppia di azioni da loro eseguite, essi avevano marciato alla volta di Fepas. Giunti poi davanti alle sue porte, a un centinaio di metri da esse, avevano infisso nel terreno le lance, le cui punte erano conficcate nelle teste dei cento Fepasani da loro brutalizzati. Infine essi se ne erano allontanati e avevano raggiunto il loro capo supremo.
Di fronte al tremendo spettacolo messo in mostra da coloro che avevano ucciso e decapitato i loro cento conterranei, gli abitanti di Fepas non avevano potuto fare altro che assistere impotenti a esso e piangersi nello stesso tempo la malasorte toccata ai poveretti. Da quel giorno, per la verità, erano terminate anche le incursioni dei Midosani nella Berap, non essendoci più coloni fepasani da sottoporre alle loro sevizie. Allora il comandante Kazon, avendo avuto anche l'autorizzazione a procedere da parte del suo sovrano, si era proposto di assediare la città nemica con un massiccio intervento, mettendo in campo molte falangi armate di tutto punto.
L'assedio condotto dai suoi soldati, però, già alle sue prime battute, si era rivelato un vero disastro, poiché erano stati tantissimi quelli che, per varie cause, erano caduti morti sotto le solide mura della città. Per difendersi, gli assediati ricorrevano al lancio di frecce, di macigni; né mancavano getti di acqua, di olio e di pece bollente. Le quali cose mietevano fra gli assedianti un gran numero di vittime, fino a decimarli. Ma anche ne neutralizzavano le scalate. Quanto ai tentativi di aggancio fatti dalle loro funi arpionate, anch'essi fallivano, siccome le mura, oltre a essere del tutto prive di merli di varia foggia, terminavano con una liscia superficie convessa, che non permetteva agli arpioni alcuna presa.
Insomma, alla fine della giornata, l'esercito midosano aveva subito un calo di cinquemila unità, la quale perdita aveva dissuaso il suo comandante dal riprendere l'assedio la mattina dopo e negli altri giorni successivi. A suo parere, era meglio far capitolare Fepas per fame e per sete, poiché prima o poi essa si sarebbe arresa per penuria di cibo e di acqua. Invece dei problemi del genere si erano avuti prima nell'esercito midosano. Il qual fatto lo aveva costretto a ordinare ai suoi soldati di levare l'accampamento e di marciare verso la loro Midosa, dove si sarebbero potuti sfamare e dissetare a sufficienza.
Da quel momento in poi, la situazione si era evoluta in maniera diversa. Siccome era stato tolto intorno a Fepas l'accerchiamento da parte delle soldatesche midosane, non potendo esso durare per un tempo indeterminato, la vita in quella città era andata incontro a minori restrizioni. Per cui, protetti da drappelli di soldati, i coloni che vi si erano rifugiati erano ritornati a coltivare la loro terra; ma sovente capitava di essere intercettati da un contingente di truppe nemiche. Allora risultava immancabile uno scontro armato fra gli uni e le altre, il quale si concludeva con la vittoria a volte dei primi altre volte delle seconde. Ma il nuovo fatto interessante, che si aveva in quei duri conflitti occasionali, era il seguente. Quando risultavano vincitori i soldati midosani, questi non si davano più a uccidere i coloni, come in passato, poiché erano queste le ultime disposizioni impartite dal loro comandante in capo. Quella nuova sua politica non era dovuta a motivi riconciliativi, ma a scopi che ne larvavano gli obiettivi.
Oltre a questi cambiamenti meno vistosi nei rapporti tra i Fepasani e i Midosani, era cominciata a invalere fra di loro una certa consuetudine, che veniva accettata da entrambi i popoli con interesse. Ogni dieci giorni, si presentavano sotto le mura fepasane sette campioni di Midosa e sfidavano altrettanti campioni di Fepas. Essi, a ogni modo, venivano accompagnati da un centinaio dei loro commilitoni per assistere agli scontri che ci sarebbero stati. Ebbene, quasi sempre c'erano i sette Fepasani che raccoglievano il guanto da loro gettato. Allora, davanti alle porte della città, avvenivano i sette scontri all'arma bianca, nei quali si affrontavano due campioni appartenenti all'uno e all'altro popolo. La città, la quale risultava con più campioni sopravvissuti a tali combattimenti individuali, veniva dichiarata vincitrice.
In seguito, siccome le vittorie dei Fepasani superavano di molto quelle dei Midosani, il capo di questi ultimi, il quale era il famoso Kazon, aveva stabilito che gli scontri andavano effettuati collettivamente e che la palma della vittoria venisse assegnata al gruppo dei campioni, che alla fine si ritrovasse ad avere vivo almeno uno dei combattenti. La sua proposta non aveva trovato discordi i Fepasani, visto che il nuovo criterio era piaciuto pure a loro, senza avvedersi che il secondo criterio di lotta andava totalmente contro i loro interessi. Infatti, prendendovi sempre parte l'inossidabile Kazon, ogni volta la vittoria dello scontro era risultata a favore dei Midosani, almeno fino a quando i Fepasani non si erano resi conto dell'errore commesso. Allora avevano iniziato a rifiutare la sfida dei nemici, ponendo così fine anche al massacro dei loro guerrieri che si sarebbero dovuti proporre come campioni propensi ad accettarla.
Naturalmente, il clima era continuato a restare molto teso tra i due popoli, i quali, da grandi amici che erano stati un tempo, adesso si ritrovavano a essere degli acerrimi nemici. Per cui l'uno e l'altro avevano seguitato a vivere giorni di massima allerta, che risultava causa di mattanze cruente ora di soldati fepasani ora di quelli midosani. Ma questi ultimi quasi sempre riuscivano ad avere la meglio, specialmente quando essi erano capitanati dal loro imbattibile Kazon. Difatti costui, anche da solo, era in grado di fare un'enorme ecatombe dei suoi nemici.