3-AUTENTICO GEMELLAGGIO TRA I POPOLI DI CALPUT E DI ABRUOK
Contrariamente a quanto di solito si è portati a credere, tra i popoli dei due villaggi confinanti, i quali erano distanti l'uno dall'altro appena dieci miglia, intercorrevano degli ottimi rapporti. Per tale motivo, non si era mai avuto in seno a ciascuno di loro un qualunque tipo di campanilismo. Il quale avrebbe potuto spingere l'uno ad avere la velleità di essere superiore all'altro. Dalle loro enfasi campanilistiche, che invece non c'erano, si sarebbero potute originare pure delle melense vanterie oppure delle stolide polemiche pretestuose, con l'obiettivo di accendere tra i loro due popoli delle fanatiche contese. All'inverso, si poteva affermare con certezza che tanto nel popolo calputiano quanto in quello abruokese s'ignorava del tutto ogni tipo di rivalità. Come pure si rifuggiva, in qualsiasi occasione, da atteggiamenti strafottenti, i quali sistematicamente scaturiscono dallo spirito di parte.
Quando essi s'incontravano per festeggiare qualsiasi avvenimento che li accomunava, vigeva sempre la stessa norma. In base alla quale, nelle diverse gare sportive o ludiche che venivano a svolgersi tra di loro, i concorrenti di entrambe le squadre che dovevano disputarsi la vittoria non potevano far parte del medesimo popolo, con l'intento di misurarsi con quelli dell'altro. In ciascun gruppo antagonista dovevano essere compresi competitori appartenenti all'uno e all'altro popolo, in quanto essi venivano formati non per appartenenza a un'etnia o a un'altra. Volendo precisare meglio il criterio della loro formazione, ogni volta esso si rifaceva rigorosamente alle caratteristiche esteriori della persona. Ciò voleva dire che le varie gare avvenivano fra biondi e bruni, tra alti e bassi, tra grassi e magri, ecc…, proponendosi per la stessa gara prove diversificate, delle quali avrebbero potuto privilegiare ora una squadra ora l'altra. Infatti, se alcune di esse favorivano una categoria di concorrenti; le altre, naturalmente di uguale numero, risultavano favorevoli alla parte contrapposta, venendo a rispettarsi in tal modo il criterio delle pari opportunità.
Non bastando quanto già fatto presente, per rinsaldare ulteriormente il loro gemellaggio, da tre secoli fra i due popoli era invalsa la consuetudine che gli uomini di un villaggio potevano contrarre matrimonio esclusivamente con le donne dell'altro. Così i Calputiani e gli Abruokesi, anche se abitavano in villaggi differenti, potevano essere considerati un unico popolo a tutti gli effetti. A tale riguardo, bisogna conoscere la singolare peculiarità, con la quale veniva attuata la formazione delle coppie e venivano congiunti gl'interessati in un matrimonio collettivo davanti allo stregone del villaggio delle spose.
Ogni sei mesi, quello abruokese nell'equinozio di primavera e quello calputiano nell'equinozio d'autunno, sul far del giorno, il capo in carica riuniva tutti gli scapoli e i vedovi del proprio villaggio. Dopo si muoveva insieme con loro in direzione del villaggio gemello, dove venivano ricevuti dai suoi abitanti con un calore adatto alla solennità del momento. Perciò si largheggiava in effusioni e si metteva in moto la macchina dei festeggiamenti, i quali si svolgevano secondo il programma che viene qui appresso specificato.
Al loro arrivo, tutti i residenti del villaggio ospitante li accoglievano con battiti di bongos, suoni di corni e caldi abbracci. Inoltre, venivano distribuite delle ottime focaccine, le quali venivano consumate come frugale refezione mattutina. Dopo la leggera ristorazione, essi si conducevano nel grande spiazzo del villaggio, che aveva una forma rettangolare. Per l'occasione, esso si presentava ornato di festoni lungo l'intero suo perimetro. In quel posto, così, si dava inizio prima alle danze folcloristiche e poi ai giochi. Le une e gli altri si svolgevano in onore dei giovani giunti dal villaggio gemello e delle ragazze del luogo, cioè quelle che stavano per essere unite in matrimonio con loro.
Al termine delle danze e dei giochi, seguivano l'abbinamento degli aspiranti sposi e la cerimonia nuziale, che era collettiva. Ma per giungere a quest'ultima si osservava una particolare procedura, la quale non era in uso presso nessun altro popolo della zona. L'unione matrimoniale così ottenuta, sanciva in via definitiva le coppie formate in base a essa. In verità, si trattava di un abbinamento operato alla cieca, nel senso che i componenti di ogni coppia si ritrovavano scelti e sposati puramente per caso, senza essersi conosciuti prima nemmeno per un attimo. Insomma, la scelta, pur essendo stati gl'interessati stessi a operarla in concreto sotto un certo aspetto, in pratica veniva però fatta dipendere dalla sorte. A ogni modo, tra poco ce ne renderemo conto in modo dettagliato.
Per prima cosa, ai giovani nubendi veniva affiancata una persona, la quale doveva assisterli durante l'intera cerimonia. Essa era una donna per le femmine e un uomo per i maschi. In seguito, tanto gli aspiranti al matrimonio quanto i loro assistenti, se ne restavano al bordo del sopraddetto spiazzo. La cui superficie in quella circostanza si presentava interamente sgombra, in attesa che si facesse udire il primo suono di corno. Quando poi lo strumento corneo veniva a farsi sentire per la prima volta forte e cupo, ogni assistente donna, reggendo con la mano sinistra una benda rossa, prendeva con l'altra mano la propria assistita. Così l'accompagnava al centro del campo, dove tutte insieme, stando a una certa distanza fra loro, formavano un grande circolo. Al secondo suono di corno, invece, erano gli assistenti uomini, che erano forniti di una benda nera, a far eseguire le medesime azioni ai propri assistiti. Solo che il cerchio, che essi venivano a formare, questa volta era esterno a quello delle femmine e rimaneva distanziato da esso una ventina di passi.
Al terzo suono di corno, infine, i vari assistenti, sia maschi che femmine, bendavano gli occhi ai propri assistiti, privandoli della facoltà della vista. Al quarto suono, gli stessi assistenti, prendendo per mano i loro assistiti, cominciavano a farli muovere in circolo. Esattamente, le femmine venivano fatte avanzare in senso orario; mentre i maschi, con movimento retrogrado, venivano fatti procedere in senso antiorario. Nel frattempo che essi si muovevano nella maniera citata, a un certo punto, si udiva il quinto suono di corno. All'udirlo, gli assistenti di entrambi i sessi, stoppavano l'avanzamento circolare dei loro assistiti. Subito dopo, impartendo ai medesimi il comando di fianco sinistro, li facevano posizionare in modo che i maschi e le femmine si trovassero gli uni di fronte alle altre. Ma essi non potevano vedersi, essendo bendati e privati della vista. Assolto anche tale ultimo compito, con molta fretta gli assistenti lasciavano soli sul campo i rispettivi assistiti e se ne ritornavano ai margini dello spiazzo.
Era allora che veniva emesso il sesto suono di corno. All'udirlo, le ragazze, impugnando il crotalo e dandosi a suonarlo ripetutamente, incominciavano a muoversi alla cieca all'interno del loro cerchio. Si trattava di uno strumento idiofono, che era formato da due valve lignee. Queste, se venivano fatte cozzare l'una contro l'altra, erano in grado di emettere un suono stridulo dal timbro secco. Volendosi indicarlo con una maggiore precisione, il crotalo, se non proprio uguale, era da considerarsi molto simile alle nostre odierne castagnette, denominate anche nacchere. Così, nello stesso istante che le femmine si mettevano a fare fracasso con il loro strumento sonoro di cui erano dotate, i maschi iniziavano ad avanzare verso di loro. Muovendosi a tentoni, essi cercavano di farsi guidare dagli stridenti richiami emessi dai vari crotali che le aspiranti spose facevano funzionare di continuo, come indicatori della loro presenza. Quando un maschio riusciva a raggiungere una femmina, le sfiorava il viso e la prendeva per mano, facendola diventare automaticamente la sua compagna a vita.
Da quel momento in poi, la loro unione era decisa e neppure loro stessi potevano opporsi a quella scelta avvenuta fortuitamente e alla cieca. In un certo senso, essa era ritenuta da ambedue i popoli come guidata dalla mano del destino, per cui nessuno più avrebbe potuto opporsi a esso. Ogni volta che si aveva tale incontro fortuito, senza perdere tempo, i loro assistenti, ma questa volta due per coppia, correvano a trarli fuori dal gruppo e li accompagnavano davanti allo stregone del villaggio. In quel posto li lasciavano per sempre, poiché a quel punto terminava la loro opera di assistenza ai due sposi novelli. I quali, però, dovevano continuare a stare con gli occhi bendati, almeno fino a quando non si concludeva sul campo la formazione accidentale di tutte le coppie. Infatti, poco più tardi, in conformità della prassi vigente, lo stregone procedeva alla celebrazione del rito, essendo esso di sua competenza. Perciò, dopo avere ordinato ai componenti di ciascuna coppia di tenersi abbracciati l'uno all'altra, li sposava con una cerimonia religiosa collettiva. Alla fine invitava le coppie a togliersi la benda dagli occhi e le ammoniva a non infrangere il vincolo del matrimonio.
In seguito, da parte delle spose, venivano fatte le presentazioni dei loro familiari e dei loro parenti ai rispettivi freschi consorti. Al termine delle quali, venivano allestite sul campo numerose tavole, le quali finivano poi per essere imbandite di squisite leccornie, siccome si doveva procedere a un unico solenne banchetto nuziale in onore di quelli che erano stati uniti dal destino. Quanto ai genitori delle spose, ciascuno di loro, come bene dotale, aveva solo l'obbligo di donare alla propria figlia un cavallo. Esso doveva servire a farla trasferire nel villaggio dello sposo, dove già era pronta la loro dimora. Il viaggio veniva intrapreso dalle novelle coppie di coniugi nel pomeriggio. Così, salvo imprevisti, si riusciva a raggiungerlo prima di sera. Perciò gli sposi, giunti nel loro villaggio, avevano il tempo di presentare le loro fresche mogli a parenti e ad amici.
In relazione all'intera cerimonia delle nozze in uso presso i due popoli appena conosciuti, vanno precisati tre punti fondamentali. Il primo concerneva il numero degli aspiranti al matrimonio, visto che quasi sempre c'era una disparità fra i maschi e le femmine partecipanti. Per cui, al termine della cerimonia, qualcuno o qualcuna si ritrovava ancora celibe o nubile. In quel caso, lui o lei doveva attendere un altro anno, prima di ritentare il suo addio al celibato. Il secondo punto riguardava i due equinozi, che i Calputiani e gli Abruokesi avevano scelto per lo svolgimento della cerimonia nuziale. Tale scelta era molto significativa e stava a indicare che, come in quelle due occasioni le ore di luce e quelle di buio si spartivano a metà il giorno, così anche i due consorti dovevano dividersi paritariamente le responsabilità, i doveri e i diritti di una vita intera. Ossia, la loro unione doveva fondarsi su un rapporto paritetico in ogni senso e in ogni momento della loro vita coniugale.
Il terzo e ultimo punto, infine, interessava l'amore. Ebbene, entrambi i popoli non credevano che un uomo e una donna potessero innamorarsi, conoscendosi solo di vista, cioè senza prima aver percorso insieme il difficile sentiero della conoscenza reciproca. A loro parere, il matrimonio che veniva fatto basare sull'infatuazione e sull'esaltazione dell'aspetto estetico da parte dei suoi contraenti, nella maggioranza dei casi, era destinato a fallire e, quindi, era avviato verso un sicuro insuccesso.
L'amore, al contrario, doveva rivelarsi soprattutto una conquista per l'uno e per l'altro consorte. Difatti entrambi potevano comprenderlo, sperimentarlo, cementarlo, perseguirlo e viverlo autenticamente, soltanto restando uniti e marciando fianco a fianco lungo il cammino tortuoso della vita matrimoniale, il quale non era sempre facile.
Una volta che venivano superati insieme i difficili frangenti che venivano ad affrontare nella loro esistenza a due, essi imparavano a rispettarsi e ad amarsi nel vero senso della parola. Allora tutto ciò che marito e moglie rappresentavano esteriormente sfumava e si diradava, fino a perdere ogni sua efficacia. Per tale motivo, due sole cose sarebbero rimaste indelebili nel loro rapporto coniugale e vi avrebbero fatto splendere il vero amore. Si trattava, in primo luogo, del grado di comprensione e di sopportazione dell'uno verso l'altra e viceversa. In secondo luogo, non poteva essere esclusa la volontà di ciascun coniuge di riuscire ad accettare l'altro con tutti i suoi difetti. Per la quale ragione, ognuno di loro due doveva accoglierlo con sincera simpatia e impegnarsi a dargli tutto sé stesso, senza nulla pretendere in cambio dall'altro.
In ultima analisi, l'amore non poteva essere considerato un sentimento uscito dalla fantasia o dal capriccio oppure da un'attrazione puramente estetica. Invece doveva essere inteso come germinato in seno alla bufera di una vita intensamente vissuta e all'intensità della passione felicemente goduta. La quale si era andata scoprendo e sviluppando in entrambi, attimo dopo attimo, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Ecco perché, con una interpretazione dell'amore di quel tipo e in quei termini, si presentava del tutto ininfluente la procedura che veniva adottata dai popoli di Calput e di Abruok nella formazione delle coppie e nella cerimonia nuziale, al fine di conseguire un matrimonio che risultasse fra un uomo e una donna il più saldo e duraturo possibile.
Nel caso poi che, anche dopo un duraturo matrimonio così inteso, venisse ad aversi nella coppia un fallimento singolo o doppio, a seconda se a mostrarsi insoddisfatto della loro relazione matrimoniale fosse un coniuge oppure entrambi i suoi membri, ammesso che essi risultassero senza prole, la procedura divorzile seguiva tutto un percorso legale sui generis. Nel secondo caso, ossia quando di comune accordo i due consorti dichiaravano di volere annullare il loro matrimonio, le difficoltà ad annullarlo si presentavano esigue e di scarso rilievo. Il marito era tenuto ad accompagnare la moglie nel suo villaggio presso i suoi parenti più stretti, sempre che questi fossero disposti ad accoglierla. Altrimenti la donna doveva cercarsi un vedovo propenso ad accettarla nella sua casa, senza che fosse vincolato a sposarla, perché si desse a crescere la sua prole e a essergli utile nelle varie faccende di casa. Se invece ci fossero stati più vedovi disponibili ad averla come convivente, le era consentito di scegliersi quello che le risultava più simpatico.
Anche il marito, una volta fatto ritorno nel proprio villaggio, doveva seguire la stessa prassi della moglie, mettendosi a cercare la vedova di suo gradimento. Ma quando essi non riuscivano a trovare nel tempo di un lustro la persona vedova fatta per loro, in quel caso l'uno e l'altra o chi dei due ne restava privo era soggetto a solitaria vita perpetua. Invece alla coppia con prole non era ammessa alcuna separazione e la loro unione matrimoniale durava finché la morte non li separava.
Quando capitava che un solo partner della coppia chiedeva allo stregone del villaggio di volersi disgiungere da chi aveva sposato, non essendoci il consenso da parte dell'altro, la concessione di divorzio seguiva una diversa procedura. La quale andava incontro a tutta una serie di eccezioni, che rendevano più o meno complesso l'iter dell'intera pratica divorzile attinente a una coppia senza figli. Essa prendeva in considerazione i due casi possibili nella richiesta di separazione, i quali erano i seguenti: 1) era il marito a volersi separare dalla moglie; 2) era la moglie a volersi separare dal marito. Comunque, nell'uno e nell'altro caso, era la donna a essere tutelata, a meno che costei non si fosse impelagata in un tradimento, compromettendo la dignità e l'onorabilità del marito. Anche se ciò valeva anche nei confronti del marito. Ma prima bisognava dimostrare che la violazione degli obblighi di fedeltà aveva causato un danno effettivo e dimostrabile alla dignità personale o alla salute psicofisica del coniuge tradito, essendo solo in quel caso possibile una richiesta di risarcimento.
Prendendo in esame il primo caso di richiesta di separazione, il quale era quello che vedeva il marito chiedere allo stregone del villaggio di separarsi dalla consorte, il problema non si presentava semplice, poiché esso contemplava talune situazioni tendenti a salvaguardare l'incolumità della moglie da vari rischi e ad assicurarle i mezzi di sussistenza, la mancanza dei quali avrebbero potuto danneggiarle la salute. Tra i rischi, erano compresi un suo accertato cagionevole stato di salute, sia fisico che psichico, e il pericolo di possibili violenze da parte di persone ignote. La loro presenza quasi sempre giocavano a favore della donna, facendo respingere dallo stregone la richiesta di divorzio da parte del marito.
Prendendo in esame il secondo caso di richiesta di separazione, il quale era quello che vedeva la moglie chiedere allo stregone del villaggio di separarsi dal consorte, a favore dell'uomo veniva considerato il suo stato di salute malandato. Infatti, la sua presenza in lui veniva vista a suo favore, rendendo quasi impossibile alla moglie la concessione del divorzio. Invece, se ella riusciva a dimostrare la sua violenza e il suo mancato rispetto nei propri riguardi, in quel caso di sicuro le veniva concesso la separazione da lui.