4-LUCEBIO RIVIVE ALCUNI EPISODI DEL PASSATO
Il primo ricordo riportò Lucebio a un lontano mattino di primavera. A quell'ora del giorno, come di consueto, egli stava impartendo le sue lezioni al piccolo Iveonte, che era il figlio maggiore del re Cloronte. Il sovrano di Dorinda, che possedeva il più grande regno dell'Edelcadia, gli aveva affidato il proprio primogenito, allo scopo di fargli ricevere da lui un'ottima educazione. Siccome il tenero allievo di cui si prendeva cura aveva compiuto da poco i sei anni, con le sue lezioni egli cercava di erudirlo nei primi rudimenti del sapere. Nello stesso tempo, mirava a trapiantare nel suo animo innocente i preziosi semi del bene, della giustizia, della religione, della morale, dell'onore, del coraggio, della fermezza e dell'intraprendenza.
A un certo momento, quando il suo docente meno se lo aspettava, il ragazzo lo aveva interrotto, facendogli la seguente domanda:
«Lucebio, esistono davvero i mostri, come vengono descritti da alcune persone? Oppure essi prendono esistenza soltanto nelle fiabe? Sai, me lo sono chiesto parecchie volte; ma non sono mai riuscito a darmi una risposta da solo! Per questo vorrei che fossi tu a rispondere a tale mia domanda, chiarendomi ogni cosa su di loro.»
«I mostri esistono realmente, mio caro Iveonte, anche se non sono quelli fantastici, dei quali si sente parlare nelle favole! Pensa che alcuni sono assai tremendi e hanno un corpo spaventoso, ossia smisurato e deforme. A volte un mostro può raggiungere perfino la grandezza di una stanza. Povere quelle persone che hanno la disavventura d'imbattersi in tali mostruosi esseri! Essi, dopo averli afferrati con le loro zanne, prima li stritolano e poi li ingoiano a pezzi interi. I malcapitati, come puoi immaginare, nelle loro fauci vanno incontro a una fine orrenda!»
«Secondo te, Lucebio, può un audace guerriero uccidere un mostro? Oppure non gli è possibile? Anche a quest'altra domanda mi è stato difficile rispondere. Per fortuna io ho te, che, come dicono i miei genitori, sei un cervellone. Tu riesci a dare la risposta a ogni mio quesito: anche a quelli più difficili!»
«Iveonte, se ci riferiamo a un semplice guerriero, quello che è solo un combattente valoroso, trovo difficile che egli possa sconfiggere un mostro. Invece colui che intende affrontarlo e ammazzarlo deve essere un grande eroe, siccome costui è l'unica persona che può batterlo e ucciderlo con la sua forza straordinaria! Adesso lo sai anche tu.»
«Ma non mi hai detto, Lucebio, chi è un eroe. Anche se spesso ho sentito citare da altri questo termine, non sono mai riuscito a comprenderlo nel suo significato. Magari lo avrò solo confuso con un guerriero intrepido e invincibile! Perciò tuttora ignoro chi egli sia! Per favore, vuoi darmi tu l'esatta sua definizione, perché io l'apprenda una buona volta per sempre? Dopo avermela data, ti ringrazierò infinitamente!»
«L'eroe, Iveonte, è un guerriero temerario, il quale è portato a sfidare tutti i pericoli esistenti; inoltre, è dotato di una forza fuori del comune e di un coraggio, che solamente pochi guerrieri hanno. Allo stesso tempo, egli possiede un'acuta intelligenza e una vasta esperienza nel maneggio delle armi. Devi sapere che gli eroi quasi sempre si mettono a disposizione della gente sventurata, quella che ha bisogno del loro aiuto per liberarsi dall'oppressione di chi la fa soffrire!»
«Allora, Lucebio, da grande, voglio essere il più forte degl eroi! In questo modo, sarò in grado di uccidere quei mostri che terrorizzano i bambini della mia età nei loro sogni o li fanno spaventare, solo a nominarli! Credi tu che io, quando sarò adulto, riuscirò a diventarlo? Sarei molto felice, se ciò accadesse!»
«Se ti comporterai come i tuoi illustri antenati Litiore e Kodrun, sono sicuro, Iveonte, che sarai più che un eroe! Anzi, sono convinto che supererai tutti e due i tuoi avi da me citati. Lo sai perché? Alcuni sogni premonitori hanno previsto che, quando sarai maggiorenne, diverrai un eroe invincibile, che nessuno sarà in grado di superare. Sei contento adesso, dopo che hai appreso da me questa bellissima notizia?»
«Come potrei non esserlo, Lucebio! Anch'io stanotte ho fatto uno strano sogno; però non so se è bello o brutto. Desideri che te lo racconti, mio buon amico? Forse è meglio che non lo faccia, poiché vedo che oggi sei più stanco degli altri giorni, per cui ti seccherà parecchio ascoltarlo. Oppure mi sto sbagliando?»
«Certo che non è così, ragazzo mio! Perciò voglio che tu mi riferisca il tuo sogno. Mi farai un sacco di piacere nel raccontarmelo!»
All'invito del suo precettore, il quale gli era apparso quasi una pretesa, il principino si era messo a narrargli il suo sogno.
[Ebbene, Lucebio, ho sognato che una grande festa si svolgeva qui nella reggia di mio padre, la quale, essendo notte, si presentava interamente illuminata dalle torce dei candelabri. Mentre gl'invitati stavano nel patio a mangiare e a bere, io girovagavo in mezzo a loro, divertendomi un mondo. All'improvviso, nel cielo è apparsa una stella luminosa, alla cui apparizione, i commensali hanno esultato di gioia e si sono messi a gridare: "Viva Dorinda e il suo re Cloronte!" Un attimo dopo, al fianco della prima stella, ne è apparsa un'altra. Essa ha fatto reagire di nuovo con esultanza i festeggianti, i quali hanno gridato ancora la medesima frase. Il fenomeno, così, è continuato a ripetersi senza variazioni.
Prima che l'ottava stella venisse a collocarsi al fianco delle precedenti sette, mi sono visto assalire da un'ombra nera. La quale, dopo avermi avvolto per intero, mi ha trascinato via e mi ha portato in un luogo appartato, costringendomi a rimanervi con la forza. Ma pur restando in quel posto, non mi è stato vietato di scorgere sia la comparsa delle successive stelle sia la reggia di mio padre, dove sono seguitati a esserci i festeggiamenti e i bagordi.
Dopo un breve lasso di tempo, c'è stata l'apparizione di un'altra stella identica alle precedenti. Anch'essa è stata accolta con grida di festoso giubilo. Con l'arrivo del nono astro splendente, però, la reggia ha subito un radicale mutamento. All'istante in essa si è fatto buio pesto, come pure non ci sono state più le gioiose grida dei numerosi convitati. È stato in quella circostanza che è apparsa sopra la reggia una tigre alata, la quale immediatamente è stata aggredita alle spalle da un drago bianco con sette teste. Esso allora si è messo ad azzannarla, fino a quando non l'ha vista precipitare giù nel vuoto sottostante. Comunque, la sua precipitosa caduta a terra non ha arrecato la morte alla poveretta.
Dopo essere accaduto tale episodio, le stelle hanno ripreso ad aumentare di numero. Quando è apparso il ventiseiesimo astro, l'ombra, che mi teneva prigioniero, si è trasformata all'istante in un drago nero. Esso, che era di grandezza doppia del drago bianco e teneva un'unica testa, si è scagliato contro quest'ultimo e lo ha incatenato. Eseguito tale incatenamento, il drago nero è ritornato da me, naturalmente sempre con l'intento d'impedirmi di raggiungere la vicina reggia di mio padre. Ma poi le stelle hanno ripreso ad aumentare di numero.
Infine nel cielo c'è stata la comparsa della ventinovesima stella. A quel punto mi sono visto davanti un guerriero a cavallo. Egli mi ha chiesto perché me ne restavo tutto solo in un posto simile a quell'ora di notte, anziché decidermi a rientrare in casa. Allora gli ho risposto che non dipendeva da me. Anzi, io desideravo raggiungere i miei genitori nella reggia; però c'era il drago nero che mi obbligava a restare lontano da loro. Appreso ciò, il guerriero è venuto in mio soccorso e ha affrontato l'antipatico drago. Combattendo contro di esso, lo ha battuto e ucciso.
Poco dopo, sorridendomi, egli mi ha fatto salire sulla groppa del proprio cavallo e si è rimesso in cammino con l'intenzione di riportarmi a casa. Mentre galoppavo insieme con lui verso la reggia, un fatto nuovo ha attratto la mia attenzione. In mezzo a un cerchio di ventinove stelle, è ricomparsa nel cielo la tigre alata. Le stava accanto il drago bianco, affrancato oramai da ogni catena. Questa volta, però, anziché darsi ad azzannare la tigre come aveva fatto in precedenza, esso le leccava dolcemente il collo, in segno della sua gratitudine e del suo affetto.
Giunti infine davanti alla reggia di mio padre, ho fatto presente al prode guerriero che ero arrivato a casa mia. Egli allora mi ha risposto che ne era a conoscenza e ha aggiunto che la reggia era anche la sua dimora. Allora ho domandato al mio liberatore chi fosse e perché non lo avessi mai incontrato a corte. Di risposta, il cavaliere mi ha dichiarato che era Iveonte, il primogenito del re Cloronte e l'erede al trono di Dorinda. Siccome il padre aveva abdicato in suo favore, egli andava appunto a occupare il seggio regale, che gli spettava di diritto. La sua inattesa dichiarazione mi ha indispettito così tanto, che mi ha fatto svegliare di colpo.]
Avendo terminato di narrare la sua interessante esperienza onirica, Iveonte, desideroso di avere da lui un parere su di essa, si era rivolto al suo docente e gli aveva domandato con molta ansia:
«Lucebio, come trovi il mio sogno di stanotte? Io non so come interpretarlo. Dimmi tu qualcosa su di esso perché, trovandolo complicato, non riesco a dargli una valida interpretazione!»
«Mi sembra un sogno grandioso, Iveonte, anche se non adatto ai bambini. Ma hai ragione a dire che esso si presenta alquanto complesso; per cui neppure io riesco a capirci un accidente. Perciò, allo stesso modo tuo, non so se considerarlo di buon auspicio oppure il contrario. Più tardi pregheremo il nostro amico comune, che è Virco, di spiegarcelo. Vedrai che, in qualità di oniromante di vasta esperienza, egli saprà rivelarci senz'altro il suo oscuro significato! Quindi, attendiamo che egli ce lo interpreti, prima di rallegrarci di esso o di lamentarcene!»
Proprio in quell'istante, l'oniromante di corte si era presentato a loro due, poiché intendeva proporre al suo grande amico un quesito di natura teologica, che gli risultava assai ostico. Mentre poi veniva avanti per raggiungerli, Lucebio, mostrandosi felice, gli aveva esclamato:
«Càpiti qui a fagiolo, Virco, grande amico mio! Io e il mio piccolo discepolo proprio adesso abbiamo un gran bisogno di te! Perciò, dal momento che ti trovi presso di noi, prepàrati a metterti a nostra completa disposizione! Anzi, non azzardarti nel modo più assoluto a rifiutarci il tuo aiuto, se vuoi continuare a considerarti il nostro migliore amico!»
«Posso sapere, Lucebio, per quale motivo la mia presenza vi risulta essere preziosa?» Virco gli aveva chiesto meravigliato.
«Te lo dico immediatamente, insuperabile oniromante! Il nostro principino Iveonte, durante la scorsa notte, ha fatto un sogno incredibile e difficile da interpretarsi. Siccome nessuno può farlo meglio di te, ti preghiamo di aiutarci a comprenderne il criptico significato! Allora sei tu disposto a venirci incontro? Che stupido sono stato, a chiedertelo! Come potresti rifiutarti di farlo, essendo stati noi a chiedertelo?»
«Infatti, Lucebio, giammai potrei negare qualcosa proprio a voi due, che siete i miei amici preferiti! Dunque, non appena mi avrete raccontato il sogno con molta chiarezza, senza indugio mi darò ad appagare la vostra ansia, dandomi a spiegarvelo con la mia eccellente perizia, che ho nel campo!»
Quando il saggio uomo aveva terminato di raccontargli il sogno del ragazzo, Virco si era dato a spiegarlo nel modo seguente:
«Prima di tutto, Lucebio, c'è da far presente che questo sogno mostra un suo lato oscuro e misterioso, anche se una spiegazione logica può essere data a gran parte di esso. Senza dubbio, le stelle rappresentano gli anni del nostro Iveonte, la tigre alata raffigura la città di Dorinda e il suo re Cloronte; mentre il drago bianco simboleggia la coalizione fra sette delle città edelcadiche che sono legate alla nostra città politicamente. Quanto al drago nero, mi risulta davvero arduo dargli una plausibile interpretazione. Invece, stando ai vari episodi del sogno, si comprende senza sforzo che Iveonte sarà allontanato da Dorinda, non appena avrà compiuto i sette anni. Così vi resterà assente fino al compimento del suo venticinquesimo anno di età. Ma dovranno passare ancora quattro anni, prima che il principe Iveonte venga incoronato re di Dorinda. Quindi, stando ai fatti che si evincono dal sogno del nostro principino, la sua incoronazione avverrà, quando egli avrà compiuto il suo ventinovesimo anno di età.»
«A questo, Virco, c'ero arrivato anch'io, poiché lo si poteva intuire con una certa facilità; però a noi due interessa avere spiegato da te la parte seguente del sogno, la quale ci risulta assai incomprensibile! Allora vuoi svelarci qualcosa su di essa, se ti riesce di farlo senza sforzo?»
«Ebbene, Lucebio, ritornando indietro con il sogno, due anni dopo l'allontanamento del principino dalla sua città natale, sorgeranno degli aspri dissidi fra Dorinda e sette delle altre città dell'Edelcadia, dopo essersi coalizzate. Essi porteranno gli altri sovrani edelcadici a tradire la nostra città e a occuparla. Quando invece il nostro Iveonte compirà i suoi ventisei anni di età, in tutta l'Edelcadia si verificherà uno strano fenomeno, che io stesso non riesco a vederlo chiaro e a immaginarmelo in qualche maniera. Unica cosa certa è che esso mi spaventa tantissimo! Il drago nero, secondo me, non può rappresentare che una forza malefica soprannaturale. Essa, dopo aver cospirato invano contro il piccolo e protetto Iveonte, senza mai essere in grado di sopprimerlo, in seguito terrà sotto il suo dominio l'intera regione edelcadica, a eccezione della sola città di Actina, la quale ne sarà senz'altro esente.»
«Ben lo credo anch'io, amico mio! Matarum, la nostra somma divinità, opponendosi alla divinità malefica, non glielo permetterà nel modo più assoluto. E non potrebbe essere altrimenti!»
«Invece, Lucebio, se la Città Santa non sarà soggiogata da tale divinità malefica, ciò non avverrà a opera del dio Matarum. Sebbene la cosa possa apparirti assurda, sarà invece proprio Iveonte a operare un prodigio del genere. Inoltre, bisogna precisare che, anche se quest'ultimo si farà vivo in Dorinda quando avrà venticinque anni, sarà soltanto al compimento del suo ventinovesimo anno che egli sconfiggerà la Forza del Male. Così non le permetterà di dominare su Actina e libererà da essa sia Dorinda che le altre sette città ingrate. Per questo, alla fine dell'evento, esse tributeranno ancora una volta alla Città Invitta, come al tempo del re Kodrun, i giusti onori e la meritata gloria. Adesso che ci penso, quando Iveonte aveva appena tre giorni, anche Cloronte ebbe a fare un sogno analogo; ma esso riguardava il nostro sovrano. Anche allora, come ricordo, il principino assunse il ruolo di protagonista principale della misteriosa vicenda.»
«Virco, sei certo che in Dorinda avverrà quanto il sogno ti ha fatto vaticinare sulla nostra città e sull'intera Edelcadia? A tale riguardo, non può esserci da parte tua un errore d'interpretazione?»
«Invece si verificherà esattamente ogni cosa da me rivelata, Lucebio, anche se devo ammettere che un lato del sogno mi lascia incredibilmente perplesso. Per la precisione, non capisco come potrà Iveonte riuscire in un'impresa, nella quale neppure il nostro dio Matarum sarà stato in grado di opporsi alla potente divinità malefica. Questa, infatti, alla fine lo costringerà all'impotenza, fino a farlo capitolare. Vorrei perciò comprendere questo particolare indecifrabile, che trovo davvero inconcepibile sotto vari aspetti!»
Con quelle sue ultime parole, l'oniromante Virco aveva finito di dare l'esatta interpretazione all'esperienza onirica del principino, per il quale essa aveva fatto presagire al veggente delle imprese grandiose. Allora Lucebio, accogliendola con somma gioia, aveva abbracciato il ragazzo con immenso affetto. Tenendoselo stretto a lui, mentr'era in preda a un grande giubilo, gli aveva esclamato:
«Iveonte, hai sentito come Virco ha interpretato il tuo sogno stupendo? Da grande, compirai imprese strepitose non soltanto per la nostra Dorinda, bensì per l'intera Edelcadia! Adesso sono convinto che un giorno nessuno potrà vantarsi di essere un eroe più grande e più decantato di te! Tienilo sempre bene a mente!»
Un secondo ricordo, invece, riportò il commosso Lucebio a una giornata di fine estate, ossia tre giorni prima che il re Cloronte facesse il famoso sogno. Anche allora, presentandosi il pomeriggio sereno e non particolarmente caldo, egli aveva deciso di effettuare una passeggiata nei campi prossimi a Dorinda insieme con il principino. In verità, era stato lo stesso ragazzo a pregare l'amico adulto di condurlo all'esterno della reggia, precisamente oltre le mura cittadine. Secondo lui, in quel luogo gli sarebbe stato consentito di bearsi, inseguendo farfalle e lucertole sui prati cosparsi di fiori.
Così, montato a cavallo insieme con il piccolo Iveonte, che gli stava davanti sulla groppa della bestia, Lucebio si era condotto in direzione della porta meridionale della città. Ma prima che riuscissero a superarla, uno dei gendarmi in servizio presso il posto di guardia situato in quel luogo, sospettando un rapimento da parte di Lucebio, immediatamente gli aveva intimato l'altolà. Poco dopo, essendosi avvicinato alla persona fermata, la quale era rimasta sul proprio cavallo insieme con il fanciullo, le si era espresso con queste parole:
«Signore, se non dimostri che sei il padre di questo grazioso bambino, mi obblighi a pensare male di te, ossia che lo hai rapito ai suoi malaccorti genitori e ora te lo stai portando via di nascosto. Intanto sei pregato di scendere giù dal tuo cavallo e di seguirmi nell'ufficio del mio comandante, dove sarai interrogato da lui. Spero che tu riuscirai a convincerlo che il bambino è tuo figlio oppure, in alternativa, un tuo parente stretto, se non vorrai essere arrestato e tradotto nelle carceri. Quanto al piccolo che viaggia con te, anch'egli dovrà venire con noi.»
Lucebio, senza fare obiezione alcuna e tenendo il principino per mano, lo aveva seguito fin dentro il corpo di guardia, dove il gendarme che li aveva trattenuti si era rivolto al suo superiore, dicendogli:
«Comandante Fairos, ho fermato quest'uomo, poiché mi è sembrato un tipo poco raccomandabile. Secondo me, il bambino, che cavalca con lui, può essere il frutto di un rapimento da lui perpetrato.»
«Davvero dici, Gazun? Vuoi riferirmi da cosa lo hai desunto che l'uomo qui presente potrebbe aver rapito il bambino a qualche donna sfortunata? Egli invece potrebbe essere suo padre.»
«È stato il mio occhio clinico, comandante, a farmi comprendere subito come stavano realmente le cose. Perciò sono convinto che, dopo aver interrogato questo individuo, pure tu la penserai allo stesso modo mio!»
«Gazun, intendo interrogare prima il bambino. Egli dovrà rispondermi sul proprio conto e sul suo accompagnatore. Fammi la cortesia di condurlo davanti a me, dopo che lo avrai staccato da colui che lo tiene per mano.»
Lucebio, restando ancora muto come un pesce, dentro di sé continuava a divertirsi per quanto stava succedendo a lui e al principino. Per questo si era anche affrettato a consegnare nelle mani del gendarme il piccolo Iveonte, per consentirgli di soddisfare la richiesta del suo superiore. Il quale, non appena il bambino gli si era trovato davanti a un metro di distanza, era rimasto stupefatto nello scrutare i suoi occhi. Essi erano così vivi e penetranti, da incantarlo e da fargli perfino ritardare il proprio interrogatorio. Quando infine si era riavuto da quella momentanea magnetizzazione, si era dato a chiedere al minore:
«Allora, ragazzo, ti va di rispondere ad alcune mie domande? Se decidi di farlo, dovrai dirmi l'intera verità su di te e sulla persona che ti accompagna, senza alcun timore. Ci siamo intesi?»
«Invece non desidero rispondere alle tue domande, ma voglio solo darti un mio ordine. Se vuoi apprendere esso qual è, ti accontento subito. Siccome abbiamo fretta di andarci a divertire nei campi, ci devi lasciare andare all'istante. Mi sono spiegato nel modo giusto?»
La risposta data dal suo piccolo interlocutore aveva fatto meravigliare il comandante Fairos e il suo subalterno. In verità anche Lucebio, non aspettandosi dal principino una tale risposta, era rimasto molto sorpreso. Ma poi era stato l'ufficiale a cercare di comprendere come mai egli gli avesse risposto in quel modo. Perciò, volendo approfondire l'atteggiamento del bambino, il quale in un certo senso lo aveva anche divertito, gli aveva fatto presente:
«Posso anche lasciarvi andare, ragazzo, a patto però che tu me lo chieda per favore, senza che la mia generosità sia la conseguenza di un tuo ordine! Allora sei disposto a ragionare nel modo che ti ho proposto oppure, rifiutando la mia condizione, preferisci che vi faccia arrestare entrambi e condurre nelle carceri della nostra città? Se fossi in te, saprei cosa scegliere!»
«Invece, gendarme, farò quello che faresti tu, se fossi al mio posto. Ossia ti ordino di non ostacolarci, mentre andiamo via da questo posto. Ma se tu tentassi di trattenerci, dopo ti ritroveresti senza più un lavoro. Ti garantisco che avverrebbe proprio ciò che ti ho detto!»
«Saresti tu a licenziarmi, ragazzo? E con quale autorità? Me lo vuoi chiarire?» molto divertito gli aveva domandato l'ufficiale Fairos, ignaro che egli era l'erede al trono.
Iveonte, anziché rispondergli, si era rivolto al suo amico, dicendogli:
«Quando ti decidi, Lucebio, a intervenire e a farlo ragionare come si deve, prima che io perda del tutto la pazienza? Al contrario, tu te la ridi e non fai niente per fare rigare diritto l'uno e l'altro. Secondo me, è meglio andarcene subito, senza neppure salutarli!»
Allora il pupillo del re Kodrun, che si stava divertendo un mondo nel vedere il principino comportarsi come non si sarebbe mai aspettato, aveva smesso di sorridergli e si era avvicinato a lui. Prendendolo poi per mano, senza degnare i gendarmi di un loro saluto, gli aveva detto:
«Hai ragione, Iveonte, ci conviene andare via da questo luogo.»
Pronunciate tali parole, egli si era avviato con il ragazzo verso l'uscita. Ma il gendarme Gazun, da parte sua, non aveva gradito il modo di fare di Lucebio, che aveva considerato arrogante e villano. Per questo, dopo essersi piazzato davanti a loro due, era intervenuto a far loro presente:
«Dovete sapere invece che voi due non andrete da nessuna parte, prima che il mio superiore vi abbia dato l'autorizzazione. Perciò ritornate da lui e attendete ciò che egli vorrà decidere nei vostri confronti. Il comandante Fairos potrebbe anche mettervi in stato di fermo, fino a quando non avrà esperito tutti i mezzi possibili per risolvere il vostro caso. Quindi, ritornate da lui e attendete il suo ordine!»
Fatto ritorno presso l'ufficiale, sempre tenendosi il ragazzo per mano, Lucebio, mostrandosi un po' scocciato e altrettanto adirato, aveva voluto chiarirgli:
«Mi accorgo che qui non avete compreso con chi state avendo a che fare!»
«Di grazia, se non ti pesa troppo, ce lo vuoi dire tu chi è la persona illustre con la quale abbiamo a che fare?» era seguita l'ironica risposta del comandante Fairos, che si era espresso con una domanda.
Prima che Lucebio gli rispondesse, una guardia si era presentata di corsa nel locale del suo ufficiale. Era venuta a comunicargli che l'illustre comandante della Guardia d'Onore, accompagnato da cinquanta delle sue guardie, stava fuori e attendeva che l'ufficiale di picchetto andasse a riceverlo. Come aveva potuto capire, l'onorevole personaggio di corte, trovandosi nei paraggi, aveva deciso di fare una visita al loro reparto.
A quella notizia, Fairos, non dando più retta al suo interlocutore e quasi impappinandosi, aveva ordinato al nuovo soldato sopraggiunto di far essere presenti all'ingresso tutti i gendarmi in servizio, volendo ricevere degnamente una persona così di riguardo. Ma il suo subalterno Gazun si era sentito in dovere di domandargli:
«Nel frattempo, comandante, cosa ne facciamo del nostro sospettato qui presente? Egli potrebbe svignarsela con il bambino, se li lasciamo soli nel tuo ufficio. Dimmi tu come devo regolarmi con lui.»
«Allora resta tu qui a sorvegliarli, Gazun!»
Data tale disposizione al suo vice, con gli altri gendarmi al suo seguito, i quali non avevano tardato a radunarsi, l'ufficiale si era affrettato a ricevere colui che ricopriva la massima delle cariche nel campo militare. A essa, che era rappresentata dal nobile Sosimo, in qualità di comandante della Guardia d'Onore, veniva affidata la protezione dei regnanti di Dorinda.
Quando poco dopo si era trovato davanti al suo illustrissimo superiore, lo aveva accolto con queste parole:
«Quale immenso onore, insigne comandante Sosimo, ci stai recando con la tua presenza presso il nostro umile reparto. La tua venuta presso il nostro corpo di guardia è come un sole, il quale fa la sua improvvisa apparizione in mezzo a un banco di nuvole. Che tu sia il benvenuto fra noi!»
«Anziché sdilinquirti in complimenti non richiesti, mio devoto ufficiale, perché non mi dici cosa ci fa quel cavallo baio presso il vostro corpo di guardia? Ti assicuro che esso è proprio quello che regalai a un mio grandissimo amico. Lo riconosco dalla sua macchia bianca a forma di stella sulla fronte e dalla catenella a girocollo placcata d'argento. Allora spìcciati a rispondermi!»
«Visto che le cose stanno come hai detto, eccellentissimo comandante, ti do la bella notizia che poco fa abbiamo arrestato il ladro che lo aveva rubato al tuo amico. Con l'uomo c'è anche un bambino, che noi riteniamo sia stato rapito da lui furtivamente a qualche madre, la quale ora si starĂ disperando per il piccolo. Stavo appunto dando l'ordine ad alcuni miei gendarmi di tradurlo nelle nostre carceri; ma non sapevo come comportarmi con il bimbo. Potrebbe suggerirmelo sua eccellenza?»
«Prima conduci il minore in mia presenza, ufficiale, e poi vedrò quale destinazione assegnargli. Anzi, faresti meglio a farmi conoscere anche l'uomo da te accusato come suo rapitore. Per il tuo bene, spero proprio che entrambi non siano le persone che in questo momento mi stanno passando per la mente! Se lo fossero, non sai in quale brutto guaio ti saresti cacciato! Adesso accompagnali subito al mio cospetto!»
«Per favore, illustrissimo comandante, mi dici chi potrebbero essere entrambi, per cui avrei sgarrato in maniera madornale nei loro confronti? La cosa inizia a impensierirmi e a farmi preoccupare, avendo tu detto prima che il cavallo era quello di un tuo amico!»
«Mi riferisco al mio intimo amico Lucebio, il quale è il consigliere del nostro sovrano, oltre a essere la persona più saggia dell'intera Edelcadia! Se non lo sai, lo si deve a lui, se esistono la città di Dorinda e i suoi abitanti! Ora ti rendi conto del grave errore che avresti commesso, se tu avessi fatto incarcerare un personaggio del genere? Questo non è tutto, incauto Fairos, siccome c'è dell'altro! Esso ti farà avvilire ancora di più, se l'uomo è davvero il mio amico Lucebio!»
«Mi dici cos'altro di più terribile avrei commesso, mio eccellentissimo superiore? Comunque, oltre al consigliere del re Cloronte, è stato fermato solo il ragazzo. Forse si tratta di suo figlio?»
«Assolutamente no, malavveduto ufficiale! Egli è il principino Iveonte, il primogenito del nostro sovrano Cloronte, per cui è il destinato a succedere un giorno al padre, diventando così re di Dorinda!»
«Povero me! Essi non possono essere che loro due, considerato anche il modo con cui mi ha assalito il ragazzo, ossia il piccolo principe! Egli, rivolgendosi all'uomo, lo ha chiamato proprio Lucebio! Ma perché quello stupido del mio vice doveva fermarli? Per rovinarmi forse la giornata? Dopo le notizie che mi hai dato, non riesco a risolvermi in qualche modo! Ho dimenticato perfino cosa mi hai ordinato di fare...; anzi, mi sento svenire...»
Così dicendo, l'ufficiale Fairos aveva perso i sensi ed era caduto per terra. Allora erano dovute intervenire due guardie della scorta del comandante Sosimo a farlo rinvenire e a rimetterlo in sesto. Nel frattempo, l'autorevole Sosimo era volato nel locale dove venivano trattenuti l'amico e il principino per ordinare al gendarme Gazun il loro rilascio, volendo abbracciarsi l'uno e l'altro con grande affetto. Ma dopo che ogni cosa era stata appianata, per essere stato chiarito il grave errore commesso ai danni del consigliere del re e del principino Iveonte, tutto si risolvette con una bella risata collettiva. In quella circostanza, Lucebio non aveva voluto che venisse inflitta qualche punizione allo sprovveduto ufficiale Fairos e al suo vice Gazun. Infatti, egli aveva deciso di soprassedere all'increscioso episodio, il quale non aveva permesso a lui e a Iveonte di andarsene in giro per i campi.
Una volta che Lucebio si fu ridestato dai due cari ricordi che lo avevano fatto gioire e commuovere oltre ogni misura, la sua psiche pian piano si acclimatò alla realtà presente. Allora, ragionando sul nuovo Iveonte con una logica più realistica, dovette ammettere che l'Iveonte, il quale ora gli stava davanti, assolutamente non poteva essere quello di allora, anche se l'età di entrambi, più o meno, poteva considerarsi la medesima! Adesso il primogenito di Cloronte, se proprio non era stato sbranato da qualche belva della foresta, di sicuro era andato incontro a un totale imbarbarimento. Senza meno egli, nei modi e nel comportamento, non poteva presentarsi migliore di un autentico selvaggio. Per cui non era neanche lontanamente da paragonarsi al suo civilissimo interlocutore, che in quel momento gli stava davanti. Costui, giudicato nel suo aspetto, si presentava eccezionale in ogni senso, quasi avesse avuto l'educazione di un principe. Allora, per fugare ogni dubbio, Lucebio domandò ancora al giovane:
«Iveonte, se per te rispondermi non costituisce alcun problema, vorrei sapere chi sono i tuoi genitori, ammesso che siano ancora vivi. Comunque, si vede che essi hanno saputo ottenere da te un giovane così ammodo, che meglio non avrebbero potuto fare! Te lo posso garantire! Allora mi dici qualcosa sul loro conto, compresa la famiglia di cui fanno parte?»
«Anche se la cosa potrà sembrarti strana, Lucebio, non ho mai conosciuto né mio padre né mia madre, per il fatto che l'uno e l'altra non ci sono mai stati nella mia vita. Di conseguenza, non so neppure dove essi si trovano in questo momento! La stessa risposta è valida anche per il mio amico Francide, poiché tutti e due siamo vissuti sempre nella foresta, dove ci ha cresciuti il nostro Babbomeo, il quale era un uomo degno di rispetto e di ammirazione. Quando poi il poveretto è morto, seguendo il suo consiglio che ci ha dato da moribondo, abbiamo deciso di stabilirci in una città. Ti starai chiedendo perché proprio Dorinda? La ragione è molto semplice. Essa è la città che ci ha indicata il nostro vegliardo prima di morire. La quale, a sentirlo parlare, doveva stargli tantissimo a cuore!»
In verità, neppure il nome di Francide era risultato nuovo a Lucebio. Nel passato, egli lo aveva già appreso da qualcuno. Ma quando e dove gli era accaduto di sentirlo? Infine, sforzando parecchio la memoria, riuscì a rammentare lucidamente. Difatti un terzo ricordo lo riportò a venticinque anni prima, quando Iveonte aveva due mesi e si era a caccia nel bosco. In quel luogo, egli e la regina Elinnia s'intrattenevano a vezzeggiare il principino, allorquando era capitata dalle loro parti una donna con un bimbo avente la sua stessa età.
Ben presto si era saputo che l'infante della forestiera si chiamava Francide. Il piccolo era stato anche allattato dalla regina di Dorinda. In quella circostanza, uno strano episodio poco dopo era venuto a stupire entrambi. I due infanti, portati vicini e facendoli sfiorare con le punte dei loro nasi, a un tratto si erano presi con le manine e non volevano più separarsi. Per cui ogni loro tentativo di disgiungerli li faceva emettere degli strilli acuti. In quel modo, essi manifestavano la loro ferma volontà di tenersi per sempre uniti.