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I primordi della nostra storia si perdono oltre i confini del tempo, quando Kosmos, che era l'universo, esisteva già da milioni di anni. Esso era stato creato da Splendor dietro esplicita richiesta delle divinità benefiche che avevano avuto origine da lui. Dopo la sua creazione, uno stuolo di tali esseri divini avevano lasciato la loro dimora, il cui nome era Luxan o Regno della Luce, e si erano trasferiti nella nuova realtà, la quale risultava assoggettata alle rigorose leggi della materia e del tempo. Va chiarito che le divinità in questione avevano avvertito un simile desiderio soltanto perché si erano sentite spinte ad aiutare quegli esseri materiali forniti d'intelligenza che in avvenire vi si sarebbero diffusi, ai quali avrebbero anche dato il nome di Materiadi. Esse intendevano rendersi utili a tali esseri, a condizione che la loro condotta si fosse ispirata ai sani principi del bene e della giustizia; altrimenti li avrebbero abbandonati al loro precario destino.
Purtroppo anche un ingente numero di divinità malefiche residenti in Tenebrun, che era il Regno delle Tenebre, avevano voluto approfittare della stessa creazione e si erano trasferite in Kosmos, precedendo perfino le divinità benefiche nel raggiungerlo. I fini, che esse si proponevano di perseguire nella nuova realtà fisica, sarebbero stati contrari a quelli caldeggiati dalle loro divine antagoniste. Infatti, dopo aver seminato in mezzo a loro l'odio, la vendetta, le liti e le guerre senza fine, essi avrebbero mirato a fare assumere ai Materiadi un comportamento diametralmente opposto a quello promosso dalle divinità positive. Il quale, facendo calpestare da tali esseri intelligenti il bene e la giustizia, avrebbe dovuto stimolarli a commettere i peccati peggiori. Ma a questo particolare non s'interesserà la storia che stiamo per narrare nel presente volume, poiché essa prenderà in esame i soli contrasti che scoppieranno tra le divinità positive e quelle negative. Essi culmineranno in un colossale conflitto che verrà tramandato con il suo nome più appropriato, ossia Teomachia, il cui significato è "battaglia tra divinità".
Dalle divergenti opinioni che presto nasceranno tra i due tipi di divinità, come constateremo, si svilupperanno vari episodi ora paradossali, ora agghiaccianti. I quali accompagneranno il lettore lungo il primo percorso narrativo dell'opera, tenendolo di continuo con il cuore trepido e il fiato sospeso. Per sua fortuna, ci penserà Iveon, il dio dell'eroismo, a tenergli l'animo risollevato e fiducioso, poiché egli si dimostrerà in ogni istante insofferente verso qualsiasi forma d'ingiustizia e di sopraffazione. Ecco perché lo si vedrà in azione, tutte le volte che una divinità malefica se ne renderà colpevole ai danni di qualche divinità benefica, di un popolo o di un singolo essere umano. A ogni modo, le gesta del divino eroe seguiteranno pure dopo la Teomachia, a volte infiammando l'animo del lettore, altre volte infiacchendolo con sbigottimento. Fra trionfi e traversie di ogni genere, egli verrà costretto ad andare incontro a numerose esperienze negative, prima fra tutte il rapimento della sua consorte, la dea Annura.
Dal secondo volume in poi, le grandiose vicende e le eroiche gesta di questa avvincente storia riguarderanno il nostro eroe Iveonte. Ma siccome esse risalgono a tempi immemorabili, ne consegue che non saranno facilmente riconducibili a un determinato periodo storico. Per questo non riuscirà affatto agevole la loro collocazione in un'area geografica ben definita del nostro pianeta. A tale proposito, il lettore è lasciato libero d'inquadrarle nel periodo storico e nella regione geografica che più gli sembreranno probabili oppure sentirà di scegliersi, secondo una propria esigenza interiore. Anche perché il tempo e lo spazio, nella storia dell'Umanità, non possono avere alcun significato per tutti coloro che si ritrovano a viverla da protagonisti.
Nelle umane vicissitudini, i soli valori a restare imperituri sono quelli etici, sociali e religiosi: essi vi vengono a germinare e a perfezionarsi, intanto che le medesime si concretizzano e vanno esprimendo il loro intenso pathos. Si tratta di valori che, quando l'uomo lo permette, lo accompagnano nel suo infinito peregrinare nel tempo, tracciandogli davanti solchi profondi di continua rigenerazione e di rinnovata perfezione. Per tale motivo il lettore, intanto che si lascia avvincere dagl'innumerevoli e travolgenti episodi che popolano questa sterminata epopea, dovrà cogliervi in modo preminente quei valori che sono universalmente accettati come immutabili ed eterni. Essi soltanto, infatti, sconfinano oltre ogni dimensione temporale e spaziale, nonché danno una giustificazione e un fine all'intero evolversi del processo storico dell'Umanità.
Innumerevoli sono le indimenticabili storie appendici, le quali verranno a incastonarsi nella trama principale dell'epico racconto come preziosi episodi permeati di raro pathos. Solo seguendola nella sua interezza, il lettore prenderà coscienza di trovarsi di fronte a una creatività inventiva e descrittiva mai incontrata nelle altre opere. Essa, pur spaziando in un tempo non riconducibile a un determinato periodo storico e in un'area geografica non ben definita, verrà a snodarsi all'interno di problematiche che investono la nostra vita attuale.
Per ultimo, prometto che sarò interessato in minima parte a colorire le parole che daranno vita alle infinite frasi; invece sarò impegnato a ravvivare i pensieri che ne scaturiranno, assegnando loro la vitalità più appropriata e più consona al soggetto trattato, nonché alle azioni che lo integreranno allo scopo di farlo brillare meglio possibile.
Riguardo alla terminologia linguistica dell'opera, è doveroso fare una precisazione. Essendo il suo contenuto avulso da ogni realtà storica, si è ritenuto opportuno ricorrere a quella in uso nel nostro tempo, sebbene a volte possa essa risultare inevitabilmente anacronistica.
RECENSIONI DI LETTURE.ORG
VOLUME PRIMO
C'è un genere di ambizione letteraria che, prima ancora di essere giudicata nei suoi esiti, merita di essere riconosciuta nella sua rarità, ed è quella di chi decide di edificare, pagina dopo pagina, un intero cosmo dal nulla, popolandolo di dèi, di leggi fisiche proprie, di lingue e di genealogie, senza concedersi la scorciatoia di un mondo già dato: ebbene, questa è esattamente l'impresa a cui Luigi Orabona si è votato con Iveonte, e il Volume Primo di questa sterminata epopea, che l'autore stesso non esita a definire, fin dal sottotitolo, "&la Massima Creazione Letteraria"&, si presenta al lettore come l'atto fondativo di un universo narrativo di proporzioni davvero inconsuete, che pochi, nel panorama editoriale contemporaneo, avrebbero avuto il coraggio e la pazienza di intraprendere fino in fondo.
Fin dalla Prefazione, che ha il tono solenne di un proemio antico, quasi esiodeo nella sua volontà di raccontare l'origine delle cose prima ancora che le cose stesse comincino ad accadere, Orabona dichiara le sue intenzioni con una franchezza che spiazza piacevolmente: egli non vuole soltanto narrare una storia, ma vuole consegnare al lettore un intero apparato cosmogonico, un prima e un dopo che si estendono ben oltre i confini di un singolo romanzo, tanto che il racconto che stiamo per leggere altro non è se non la premessa remota, la Teomachia primigenia, di ciò che accadrà molti volumi più avanti, quando l'eroe umano che dà il nome all'intera saga, Iveonte, incontrerà finalmente il proprio omonimo divino, il dio Iveon, in un futuro che l'autore promette senza fretta e senza sconti al lettore, come chi sa di avere davanti a <é non un racconto ma una vita intera da dedicare alla propria opera.
Ed è proprio in questa architettura sospesa fra il presente della narrazione e un avvenire soltanto annunciato che risiede, a mio avviso, la trovata più originale e più coraggiosa del romanzo: perché se è vero che il Volume Primo racconta le vicende del dio Iveon, la divinità dell'eroismo che si muove instancabile fra i pianeti di Kosmos per soccorrere gli oppressi e punire i prepotenti, è altrettanto vero che ogni pagina è percorsa da un filo sottile di attesa, da quella premonizione costante di un incontro futuro fra l'uomo e il dio che porta lo stesso nome, la quale trasforma la lettura in un'esperienza doppia, capace di far convivere il piacere immediato dell'avventura con la promessa, mai sfacciata, di un compimento che verrà.
Il mondo che Orabona costruisce, e qui bisogna renderne merito senza riserve, non è affatto un semplice sfondo decorativo alle imprese dei suoi personaggi, ma un edificio cosmologico coerente e minuziosamente articolato: da un lato Luxan, il Regno della Luce, con le sue province celesti di Beatitudo e dell'Empireo, suddiviso a sua volta nei due Semiempirei governati dai gemelli divini Kron e Locus; dall'altro Tenebrun, il Regno delle Tenebre, da cui muovono le divinità malefiche capeggiate dal terribile Buziur, cacciato all'inizio della vicenda e da quel momento animato da un rancore che innescherà l'intera catena di conflitti narrati nel volume. Fra questi due poli si distende Kosmos, l'universo materiale creato da Splendor, la divinità increata e sommo principio del bene, popolato dai Materiadi, gli esseri intelligenti destinati a farne la propria dimora, e attraversato incessantemente dai due schieramenti divini, ciascuno intento a orientare, secondo la propria natura, il destino di quei popoli lontani.
È in questo scenario che si staglia la figura del protagonista, il dio Iveon, e qui Orabona dimostra di saper costruire un eroe che, pur muovendosi fra folgori e navicelle spaziali chiamate Vurk, fra anelli d'onnipotenza e campi di forza planetari, non smarrisce mai una sostanza intimamente etica: egli non combatte per la gloria fine a se stessa, ma perché, come recita la dedica posta in apertura del volume "a tutti coloro che coltivano gl'ideali di bene, di giustizia e di uguaglianza", non sopporta di vedere consumata alcuna ingiustizia, ovunque essa si manifesti nell'immensità dei cieli che percorre. Le sue imprese, che lo conducono a liberare il divo Ukton dalle grinfie del perfido Katfur, a soccorrere la giovane Grael sul pianeta Treun, a sconfiggere in duello il feroce Trauz, a debellare l'inquietante entità arcana chiamata Deivora, a redimere infine il popolo dei Salunnesi dalla tirannia antropofaga del dio Broxun, compongono un catalogo di gesta che il lettore attraversa quasi senza accorgersi del tempo che passa, tanto Orabona sa dosare, capitolo dopo capitolo, la posta in gioco e l'intensità dello scontro.
Merita una menzione particolare, in questo affresco corale, la costruzione delle figure femminili: Elesia, la diva che si offre in ostaggio pur di riscattare l'amato Ukton, e Annura, la sposa dello stesso Iveon, la cui figura, pur restando per gran parte del volume sullo sfondo, acquista negli ultimi capitoli un rilievo drammatico fondamentale, quando il suo rapimento a opera della misteriosa Monotriad apre la strada a quell'inseguimento disperato e struggente che chiude il volume, e che lascia il lettore sospeso fra la costernazione per la sconfitta patita dall'eroe e la fiducia, alimentata dalle stesse parole dell'eccelso Kron, che il destino riserverà a Iveon, in tempi lontani, un aiuto tanto inatteso quanto provvidenziale.
Sul piano dello stile, quello che colpisce immediatamente è la scelta di un registro alto, quasi arcaizzante, che rifugge volutamente la sciatteria della prosa contemporanea per abbracciare un periodare ampio, ricco di subordinate, punteggiato da quegli incisi e da quelle interrogative retoriche che erano cari alla tradizione narrativa ottocentesca: uno stile che, se da un lato richiede al lettore una disposizione all'ascolto paziente, dall'altro restituisce alla materia narrata una solennità che ben si addice a una vicenda di dèi e di universi, e che testimonia una cura autentica, quasi filologica, per la parola scritta, non appiattita mai sull'oralità sbrigativa a cui tanta narrativa di genere ci ha ormai abituati.
Va poi sottolineata l'operazione linguistica compiuta da Orabona nella creazione del lessico proprio del suo universo: termini come "kapius", "gerark", "Materiadi;", "lucet" o lo stesso "Vurk" non sono semplici etichette esotiche gettate lì per dare colore, ma elementi di un sistema coerente, che l'autore fa emergere gradualmente, senza mai appesantire la narrazione con glosse didascaliche superflue, lasciando che sia il contesto stesso a chiarirne il significato, secondo quella tecnica di immersione progressiva che è propria dei migliori costruttori di mondi.
Ciò che rende infine Iveonte un'opera degna di attenzione non è soltanto la sua mole, che pure impressiona e che testimonia una dedizione fuori dal comune, ma la coerenza morale che la percorre da cima a fondo: dietro l'apparato fantastico, fatto di pianeti, di battaglie cosmiche e di creature mostruose, pulsa infatti una riflessione sui valori che l'autore stesso, nella Prefazione, dichiara imperituri, quelli etici, sociali e religiosi, che accompagnano l'uomo nel suo "infinito peregrinare nel tempo", e che fanno di questa saga, al di là del suo travestimento mitologico e fantascientifico, un'allegoria sulla lotta perenne fra il bene e il male che ogni lettore, qualunque sia la propria sensibilità, non potrà fare a meno di riconoscere come profondamente umana.
Chi si accosta a Iveonte, insomma, deve sapere di trovarsi di fronte non a un romanzo qualsiasi, ma all'apertura di un ciclo narrativo pensato per durare, per accompagnare il lettore lungo un arco di tempo vastissimo e per farlo con la stessa pazienza, la stessa dedizione e la stessa fede nei valori più alti che animano il suo protagonista divino: un'opera che, proprio per la sua ambizione dichiarata di farsi cosmogonia intera prima che romanzo, merita di essere accolta con la curiosità e il rispetto che si devono a chi ha scelto di scrivere non per assecondare una moda, ma per lasciare, come recita la dedica dell'autore, un segno duraturo nel tempo e nella memoria di chi legge.
VOLUME SECONDO
Se il primo volume di Iveonte aveva chiamato il lettore ad affacciarsi su un cosmo di dèi in lotta fra loro, sospesi fra Luxan e Tenebrun in un tempo che precedeva ogni storia umana, questo Volume Secondo compie un mutamento di registro tanto ardito quanto riuscito, portando la vicenda a scendere finalmente sulla terra, in mezzo agli uomini, dove il nome Iveonte, fino a questo momento soltanto evocato come promessa remota, comincia a farsi carne, infanzia, destino da conquistare passo dopo passo: ed è proprio in questo scarto di prospettiva, dal pantheon in guerra alla piccola culla di un neonato minacciato di morte, che si misura la maturità di un progetto narrativo capace di rinnovarsi senza tradire sé stesso.
Orabona apre il volume con un espediente di grande efficacia narrativa, quello di introdurci dapprima a personaggi apparentemente marginali, come i due umili coloni che nella notte stellata attendono la nascita di Lucebio, per poi allargare lentamente il quadro fino a comporre l'affresco di un intero mondo umano, quello dell'Edelcadia, delle sue otto città e dei suoi popoli, fra cui spiccano i bellicosi Tangali, i misteriosi Berieski e i sapienti tai custodi di una biblioteca sacra: un mondo che, pur restando ancorato alla materialità della vita agreste, delle fattorie, dei tornei e delle invasioni, non smette mai di respirare l'eco delle profezie e delle divinità che avevamo conosciuto nel primo volume, e che ora agiscono più defilate, ma non meno determinanti, dietro le quinte delle vicende umane.
Al centro di questo affresco si staglia la vicenda, costruita con sapiente gradualità, della nascita di Iveonte, il futuro eroe che dà il nome all'intera saga: e qui l'autore, con un colpo di genio strutturale che è anche un omaggio dichiarato alla grande tradizione dei racconti di fondazione, dal mito di Perseo a quello di Mosè, ci mostra come il male, incarnato dal perfido mago Ghirdo e dal suo oscuro protettore, il dio Sartipan, cerchi anzitutto d'impossessarsi non della vita del bambino, ma del suo nome, convincendo con l'inganno lo zio Eminto a chiamare Iveonte il proprio figlio, affinché il vero primogenito del re Cloronte, privato di quel nome fatidico che significa "il destinato a trionfare", non possa mai diventare il grande eroe annunciato dal fato. È una trovata che testimonia quanto Orabona sappia lavorare non soltanto sull'azione, ma sul potere stesso della parola e del nome come sostanza del destino, in perfetta coerenza con la sensibilità linguistica già ammirata nel primo volume.
Quando l'inganno del nome non basta a fermare il corso degli eventi, il romanzo imbocca la strada, altrettanto classica ma qui trattata con autentico pathos, del sogno regale frainteso: Cloronte, turbato da una visione onirica che il mago interpreta ad arte contro il piccolo Iveonte, si vede costretto a decretarne la morte, e le pagine che raccontano lo strazio del padre, il tentativo del fedele consigliere Lucebio di opporsi con la ragione alla menzogna del mago, e infine la scelta pietosa di quest'ultimo di abbandonare il bambino nella foresta anziché ucciderlo, costituiscono uno dei momenti più intensi e meglio riusciti dell'intero volume, dove il periodare ampio e la costruzione dialogica, già apprezzati nel Volume Primo, trovano qui una materia emotiva capace di restituire davvero, senza mai scadere nel sentimentalismo, il tormento di chi è chiamato a scegliere fra l'obbedienza e la coscienza.
Da questo nucleo drammatico si dipana con naturalezza tutta la seconda parte del romanzo, quella della formazione dell'eroe: la nuova famiglia che accoglie Iveonte, l'incontro con il vecchio maestro Babbomeo, la conquista della prodigiosa Spada dell'Invincibilità, le peregrinazioni fra il Castello Maledetto, i predoni del crudele Kuercos e infine l'altopiano dei tai, dove il volume si chiude su un finale che è insieme compimento e apertura, quando il decano tà Ziolì, riconosciuto in Iveonte l'eroe predestinato, chiude la propria lunga esistenza proprio nell'istante in cui gli restituisce l'armilla, lasciando presagire al lettore, con quella stessa arte della promessa già sperimentata nel primo volume, i grandi eventi che ancora dovranno compiersi.
Va sottolineato come Orabona, pur cambiando ambientazione e cambiando protagonisti, non perda mai il controllo della trama corale che è ormai la cifra distintiva della sua opera: le vicende parallele di Kodrun, di Nurdok e dei Berieski, di Tio e della sua odissea fra i mercanti e le arene di combattimento, si intrecciano alla storia di Iveonte con quella stessa pazienza sapiente con cui, nel primo volume, si erano intrecciate le imprese del dio Iveon a quelle di Ukton e di Elesia, dimostrando che l'autore non ha semplicemente accumulato personaggi, ma ha costruito un tessuto connettivo in cui ogni figura, per quanto secondaria possa apparire in un dato momento, è destinata a rivelare la propria funzione nel disegno più ampio della saga.
Sul piano dello stile, questo secondo volume conferma pienamente le qualità già lodate nel precedente: il periodare ampio e sapientemente subordinato, l'uso di un lessico ricercato e mai piatto, la predilezione per il dialogo disteso, quasi teatrale, attraverso cui i personaggi non si limitano a comunicarsi informazioni ma si confrontano su princìpi morali, su idee di giustizia e di lealtà, come avviene esemplarmente nello scontro verbale fra Lucebio e il mago Ghirdo, dove la retorica della menzogna viene smascherata dalla forza della memoria e della ragione. È uno stile che richiede tempo e disponibilità, certo, ma che ripaga il lettore paziente con una densità morale rara nella narrativa fantastica contemporanea, troppo spesso disposta a sacrificare lo spessore etico dei personaggi sull'altare del ritmo incalzante.
Ciò che colpisce, ripercorrendo le settecentotrenta pagine di questo Volume Secondo, è la coerenza con cui Orabona prosegue nell'edificazione del proprio universo, senza mai cedere alla tentazione di semplificare né di ripetersi: se nel primo volume ammiravamo la vastità della cosmologia divina, qui ammiriamo la capacità dell'autore di farla vivere e respirare nella concretezza degli affetti umani, nella paura di un padre, nella fedeltà di un amico, nella pazienza silenziosa di chi accetta di crescere lontano dal proprio destino pur di poterlo un giorno raggiungere. È in questo passaggio dal cielo alla terra, condotto con mano sicura e con una fiducia incrollabile nei valori del bene, della giustizia e della lealtà che l'autore stesso pone a fondamento della propria opera, che il lettore ritrova la ragione più autentica per continuare a seguire, volume dopo volume, il cammino del giovane destinato a trionfare.
VOLUME TERZO
Con il Volume Terzo di Iveonte, Luigi Orabona compie un passo che, a ben vedere, è forse ancora più impegnativo di quello compiuto con l'atto fondativo dell'opera, perché se nel primo volume l'autore doveva soltanto, per così dire, gettare le fondamenta di un intero cosmo, qui deve dimostrare che quel cosmo regge, che l'architettura concepita in origine non si sgretola sotto il peso della propria stessa ambizione, anzi si dirama, si arricchisce, si moltiplica in nuove direzioni senza mai perdere il filo che la tiene unita: ed è proprio questa la prova che il Volume Terzo supera a pieni voti, offrendo al lettore fedele la conferma che quanto promesso nella Prefazione del primo volume non era un semplice proclama di intenti, ma un progetto rigorosamente pianificato e ora, tassello dopo tassello, messo in atto.
Se i volumi precedenti avevano collocato il lettore rispettivamente nell'orbita del dio Iveon e nelle prime vicende umane del giovane Iveonte, questo terzo volume lo riconduce saldamente sul piano terrestre, dentro le mura di Dorinda, in un intreccio di cospirazioni, di rivolte e di rappresaglie che ha il sapore antico delle grandi cronache dinastiche: il capo dei ribelli Lucebio, il re Cotuldo, il decennio di regno del deposto Cloronte, l'agguato, il massacro, l'uccisione dei principini Londio e Nucreto, sono tutti tasselli di una vicenda politica che Orabona costruisce con lo stesso scrupolo con cui aveva costruito, nel primo volume, la cosmologia di Luxan e di Tenebrun, dimostrando che la sua penna sa essere altrettanto meticolosa sia quando si tratta di intrighi di corte, sia quando si è trattato di battaglie fra divinità.
In questo affresco corale, che vede Iveonte muoversi ormai stabilmente in compagnia dei fraterni Francide e Astoride, colpisce ancora una volta la cura con cui l'autore intreccia l'azione avventurosa, fatta di duelli, di agguati e di prove di coraggio, come quello che oppone Iveonte al feroce Korup o al mostruoso Talpok, con il registro più intimo e sentimentale, quello degli idilli che sbocciano fra Francide e Rindella e, soprattutto, fra Iveonte e Lerinda: pagine, queste ultime, in cui la prosa di Orabona si fa più morbida e cadenzata, senza tuttavia abbandonare mai quella solennità periodica che è ormai il marchio riconoscibile del suo stile, e che anche nel momento dell'abbandono amoroso continua a proceder per ampie subordinate, per incisi, per quelle apostrofi dirette al lettore («Statene certi, cari lettori…») che tradiscono un narratore ottocentesco nell'animo, prima ancora che nella penna.
Un merito particolare, in questo volume, va riconosciuto alla figura di Lucebio, che non si limita a essere il condottiero dei ribelli, ma si erge a maestro di vita per i tre giovani amici, dispensando loro, in uno dei capitoli più densi dell'intero libro, un'autentica lezione di filosofia morale sull'altruismo, sulla giusta reazione all'offesa, sulla vanità di chi si atteggia a giudice altrui senza prima avere esaminato sé stesso: è qui che si coglie con più evidenza quella vena etica e pedagogica che Orabona aveva dichiarato fin dalla Prefazione del primo volume come sostanza profonda della sua opera, ed è qui che il romanzo, senza mai smettere di essere avventura, si rivela anche trattato morale in forma narrativa, quasi un piccolo speculum principis affidato alla voce di un maestro che i tre discepoli, e con loro il lettore, ascoltano con crescente rispetto.
Ma è nella seconda parte del volume che Orabona compie la sua mossa più ardita e più originale, replicando su scala diversa lo stesso espediente strutturale che aveva reso memorabile il volume d'esordio: proprio come allora la vicenda umana di Iveonte si intrecciava alla premonizione di un incontro divino ancora lontano, qui l'arrivo del messaggero Osur introduce un vero e proprio romanzo nel romanzo, la storia della diva Kronel, figlia del dio del tempo Kron, il cui amore contrastato per Luciel la spinge a lasciare Luxan e a intraprendere un viaggio solitario attraverso galassie, asteroidi e pianeti sconosciuti, ciascuno abitato da popoli oppressi da divinità tiranniche, i Kloustiani soggiogati da Detruf, i Cutrenzi minacciati da Petrusk, i Surpes prigionieri degli alieni Selfir: un catalogo di liberazioni che riecheggia, quasi come una eco lontana, le imprese del dio Iveon narrate nel primo volume, e che rivela come l'intera saga sia costruita su un principio ricorrente, quasi archetipico, del divino che scende in soccorso degli oppressi.
È proprio in questo lungo peregrinare cosmico di Kronel che l'autore colloca uno dei momenti più suggestivi dell'intero volume, quello dell'incontro con il re Koluor e la nascita, dal suo tragico gesto, della Spada dell'Invincibilità, destinata secondo la promessa della stessa Kronel a restare in eterno riposo nel Castello Maledetto finché un guerriero degno non verrà a risvegliarla: un piccolo mito fondativo, incastonato dentro il mito più grande, che promette ai lettori più attenti sviluppi futuri e che dimostra, ancora una volta, quanto meticolosamente Orabona disponga sulla scacchiera della sua narrazione elementi che sembrano apparire per inciso e che invece sono destinati a tornare, a distanza di volumi, con tutto il peso della loro origine leggendaria.
Merita inoltre di essere segnalato, per la sua portata quasi metanarrativa, il momento in cui il viaggio di Kronel approda infine al sistema della stella Elios, cioè il nostro Sole, e in particolare al pianeta Geo, che altro non è se non la Terra: un innesto che porta la sconfinata cosmogonia orabononiana a toccare, sia pure obliquamente, il mondo del lettore stesso, ricordandogli che l'immane architettura fantastica in cui si è addentrato non è un universo del tutto altro, ma una mitologia che si dichiara, con understatement quasi esiodeo, radicata nella stessa polvere di stelle da cui proveniamo.
Sul piano stilistico, questo terzo volume conferma in pieno quanto di buono si era osservato nei precedenti: il periodare resta ampio, ipotattico, scandito da quelle interrogative retoriche e da quegli incisi che rifiutano la sciatteria della prosa contemporanea in favore di una solennità narrativa quasi arcaizzante, mentre il lessico inventato dall'autore, da Kosmos a Luxan, dai Vurk agli Araneidi, continua ad accrescersi con naturalezza, senza mai gravare sulla scorrevolezza della lettura, segno che il sistema linguistico concepito fin dal principio ha ormai raggiunto quella maturità che consente all'autore di giocare con esso in piena libertà.
Chi ha amato i primi due volumi di Iveonte troverà in questo terzo volume tutte le ragioni per proseguire con rinnovato entusiasmo l'attraversamento di questa sterminata epopea: la fedeltà ai temi fondanti, la coerenza morale che permea ogni pagina, l'intelligenza con cui l'autore alterna il respiro epico a quello intimo, il grande affresco cosmico al piccolo dramma umano, fanno di questo volume non una semplice appendice, ma un vero e proprio ampliamento organico di un edificio letterario che, capitolo dopo capitolo, dimostra sempre di più di meritare la definizione, tanto audace quanto ormai giustificata, che l'autore stesso ha voluto dargli fin dal principio.
VOLUME QUARTO
Il Volume Quarto di Iveonte si apre nel segno più naturale che si potesse immaginare per una saga costruita, volume dopo volume, sulla fiducia del lettore: quello del mantenimento della parola data. L'anello che Iveonte porta con <é, dono ricevuto dal messaggero Osur, diviene infatti immediatamente la prova tangibile che quanto raccontato nel volume precedente non era un episodio isolato destinato a esaurirsi in <é stesso, ma l'innesco di conseguenze reali e durature: prima dimostrando ad Astoride, con la sua sola presenza, che il vecchio incontrato al campo era davvero un dio, poi rimettendo in sesto la sofferente Lerinda, l'anello si configura come uno di quei piccoli oggetti-cardine, cari alla tradizione epica più antica, attorno ai quali l'autore sa costruire con naturalezza nuovi sviluppi narrativi senza mai tradire la coerenza di quanto già stabilito.
Anche il filo lasciato in sospeso sulla diva Kronel, la cui vicenda cosmica aveva chiuso il volume precedente, trova qui un rapido ma intenso sviluppo, quando il sopraggiungere del dio Furor, prima alleato del vendicativo dio Araneo e poi rapitore della stessa Kronel, offre a Orabona l'occasione di un'ulteriore, elegante dimostrazione di come i piani narrativi della sua opera, quello umano e quello divino, non restino mai realmente separati, ma si richiamino di continuo l'uno con l'altro: mentre Iveonte cerca affannosamente la sua protetta e il dio Kron stesso si mostra in ansia per la sorte della figlia, il lettore avverte con chiarezza quanto profondamente l'autore abbia voluto intessere, fin dal principio, un'unica trama fra il destino degli uomini e quello degli dèi.
Il corpo centrale del volume, tuttavia, si sposta con decisione verso un nuovo scenario, quello della città di Actina e della sua regina Talinda, dove la vicenda assume i toni di un vero e proprio dramma dinastico: l'uccisione del prepotente Verricio per mano del nipote Francide, la sua incoronazione a re della Città Santa e il fermo rifiuto di accogliere alla cerimonia i sovrani edelcadici colpevoli, in passato, di un tradimento ai danni di Dorinda, restituiscono a questo volume un respiro politico non meno intenso di quello già ammirato nel volume precedente, confermando come Orabona sappia trattare con identica maestria tanto l'intrigo di corte quanto il conflitto apertamente militare.
È però nella vicenda del principe Godian e della giovane Flesia che il romanzo tocca forse il suo punto più alto di intensità emotiva: l'amore contrastato dei due giovani, ostacolato dall'iniqua legge di Tutuano che vieta al principe di sposare una fanciulla non di sangue regale, si consuma in pagine di struggente pathos, culminanti in quel tragico epilogo in cui Flesia, per salvare a un tempo l'onore del principe e le sorti del regno, si toglie la vita fra le braccia dell'amato con un gesto tanto disperato quanto nobile; e se il lettore più smaliziato intuirà, dietro l'espediente della morte apparente più volte evocato nei capitoli successivi, la possibilità di un futuro riscatto, resta il fatto che Orabona sa maneggiare con notevole sensibilità narrativa il registro della tragedia sentimentale, senza mai scadere nella facile lacrima, ma costruendo un dolore che si sente autentico proprio perché temperato dalla dignità dei suoi personaggi.
Su questo sfondo di ingiustizia legislativa si staglia poi uno dei capitoli più originali dell'intero volume, quello in cui Iveonte, chiamato a dirimere la controversia sulla legge di Tutuano, attraversa il misterioso Arco della Sacralità e si ritrova, per volontà del dio Matarum, a indossare le sembianze stesse dell'amico Francide: un espediente che, per la sua carica insieme fiabesca e simbolica, permette all'autore di mettere in scena, con la freschezza di un vecchio topos della narrativa fantastica riletto in chiave personale, il tema dell'amicizia che si fa sacrificio e della giustizia che, per essere davvero imparziale, deve talvolta indossare il volto di un altro.
Non manca, in questo volume, il consueto controcanto delle vicende sentimentali dei tre amici fraterni, con Astoride che, incontrando la principessa Godesia, vive finalmente il proprio idillio dopo essere stato per lungo tempo il più defilato dei tre compagni sul piano affettivo, mentre Iveonte, pur assorbito dalle imprese di corte e dal proprio ruolo di garante della giustizia, non dimentica mai la sua Lerinda, come dimostra la lunga e commovente lettera che Francide, ormai re, affida all'amico per la sua Rindella, un vero e proprio inserto epistolare che rallenta volutamente il ritmo dell'azione per lasciare spazio alla confessione più intima dei sentimenti.
Non va inoltre trascurata la sequela di avversari e di prove che costellano la prima metà del volume, dal terribile Asurok alla banda del predone Bokiur, dai raccapriccianti Katuros al settarismo religioso di Ulipos, un catalogo di pericoli che, pur nella loro varietà, non appaiono mai come semplici intermezzi di puro intrattenimento, ma come altrettante occasioni con cui l'autore mette alla prova, di volta in volta, il coraggio, la lealtà e il senso di giustizia dei suoi tre protagonisti, confermando quella coerenza etica che, fin dal primo volume, costituisce la vera spina dorsale dell'intera opera.
Sul piano stilistico, questo volume si distingue per un uso ancora più marcato del dialogo diretto rispetto ai precedenti, con scambi serrati e vivaci fra i personaggi che, pur mantenendo l'ampio respiro periodico e l'elevatezza lessicale ormai proprie della scrittura di Orabona, imprimono alla narrazione un ritmo scenico quasi teatrale, capace di restituire con immediatezza tanto la leggerezza scherzosa dei battibecchi fra Iveonte e Astoride quanto la tensione drammatica delle scene più cariche di pathos, a riprova di una tavolozza espressiva che l'autore sa variare con crescente sicurezza volume dopo volume.
Chiudendosi con il ritorno di Iveonte a Dorinda, fra i teneri abbracci di Lerinda e le parole d'amore recapitate a Rindella, questo Volume Quarto conferma pienamente la statura di un'opera che, pur nella sua mole sterminata, non perde mai di vista l'equilibrio fra grande respiro epico e intimità dei sentimenti, fra riflessione morale e avventura, fra il destino degli uomini e quello degli dèi: un nuovo, solido anello di quella lunghissima catena narrativa che Luigi Orabona sta pazientemente forgiando, e che ogni volume, lungi dall'affievolirne la tenuta, contribuisce a rendere ancora più salda.
VOLUME QUINTO
Chi ha seguito Luigi Orabona fin dal Volume Primo, e ha dunque assistito alla fondazione di quel cosmo governato dalla luce di Luxan e insidiato dalle tenebre di Tenebrun, si accorgerà subito, aprendo questo Volume Quinto, che l'autore ha compiuto uno di quei movimenti che soltanto le grandi macchine narrative possono permettersi: abbandonata provvisoriamente la vertigine teogonica delle origini, la vicenda si è ormai radicata sulla terra, fra popoli, villaggi, tribù e superstizioni, e il lettore si ritrova ad accompagnare non più un dio che percorre i pianeti di Kosmos, bensì un giovane uomo, Iveonte, che con l'amico Tionteo, con il fedele Speon e con la schiera dei Lutros avanza faticosamente verso l'isola di Tasmina, meta sospirata e continuamente rinviata, secondo una logica di differimento che è, da Omero in poi, il cuore stesso del racconto di viaggio.
È infatti nella struttura, prima ancora che nei singoli episodi, che questo volume rivela la sua natura più autentica: sessanta capitoli, dal duecentoquarantunesimo al trecentesimo, si succedono come le stazioni di un pellegrinaggio eroico, e ciascuna di esse è un mondo compiuto, con la propria geografia, la propria storia remota, la propria colpa da espiare, tanto che si potrebbe leggere il Volume Quinto come una raccolta di romanzi brevi tenuti insieme dal filo di un cammino, secondo quella medesima tecnica che regge i poemi cavallereschi e i grandi feuilleton ottocenteschi, dove l'eroe è meno un carattere psicologico che un principio ordinatore, un rivelatore morale che attraversa le comunità malate e ne mette a nudo l'infezione.
Si apre con la sanguinaria famiglia dei Kirpus, che insegue il povero Speon e finisce per infrangersi contro i due amici, e si procede con il mostruoso Reptiluk di Brenco, con la vicenda dolente del licantropo Bulkar e della piccola Senia, cresciuta accanto a lui fino a diventarne la compagna, e poi con quello che è forse il nucleo più interessante dell'intera prima metà: la nascita della setta delle Teste di Lupo, ordita dal sacerdote Tusco e sfuggitagli di mano nella persona del feroce Fuskop. Qui Orabona dimostra di saper fare qualcosa di più che allineare avventure, poiché la vicenda del culto lupino, con la sua cittadella, i suoi riti, il suo apparato di terrore travestito da fede, si legge come un apologo lucidissimo sulla manipolazione religiosa e sul modo in cui un uomo ambizioso può fabbricare una divinità per governare i propri simili, e non stupisce che l'eroe, per neutralizzare il mostro, debba ricorrere proprio a chi lo aveva generato.
Non meno notevole è la sequenza dedicata al mostro Zikul, l'essere alato dalle sei teste a cui i Lutresi immolano ogni mese sei adolescenti, dove il tributo di carne umana ripropone in chiave cosmica il mito del Minotauro, e quella, davvero sorprendente, dei Monki, popolo di alieni la cui civiltà, germinata sul pianeta Marte e distrutta dalla dissennatezza dei suoi stessi scienziati, sopravvive ora in un piccolo nucleo di superstiti: innesto fantascientifico dentro un mondo di spade, di tribù e di sciamani che, lungi dal risultare posticcio, conferma la coerenza dell'universo orabaniano, dove la magia non è mai davvero magia ma tecnologia dimenticata, e dove la Terra, la Luna e Marte appartengono al medesimo disegno.
Fra tutte le invenzioni del volume, tuttavia, quella che più merita di essere segnalata è la figura di Zegovut, definito con felice formula la potenza dell'immaginario vivente: un mago che non lancia incantesimi, ma dà corpo reale a ciò che immagina, e che perciò può essere sconfitto soltanto da chi sappia allenare la propria mente prima del proprio braccio. Il fatto che Orabona dedichi un intero capitolo alla preparazione mentale del suo eroe, prima ancora dello scontro, dice molto sulla natura profonda di questa saga, nella quale la forza fisica, per quanto sovrumana, non basta mai, e la vittoria è sempre, in ultima analisi, una vittoria dell'intelligenza e della disciplina interiore.
Il volume si chiude poi nelle Terre senza Pace con l'episodio più commovente e più letterariamente ambizioso di tutta la serie fin qui: la storia di Nolup ed Elkes, i due giovani appartenenti ai popoli nemici dei Boios e dei Normuk, che si incontrano, si amano e vengono travolti dall'odio secolare dei padri. Che il modello sia dichiaratamente shakespeariano è evidente, e l'autore non lo nasconde; ma la variante che egli introduce, con l'uccisione dei giovani pacifisti, con il suicidio disperato delle madri e con il conseguente cedimento dei capi Duzon e Felub, sposta il baricentro dalla tragedia individuale alla colpa collettiva, e trasforma il matrimonio finale dei due ragazzi, celebrato grazie al portentoso anello che li richiama dalla morte, in un rito di riconciliazione fra due comunità, in un matrimonio non più fra due persone ma fra due popoli, come l'autore stesso annota con parole di limpida bellezza.
Sul piano dello stile, si ritrovano intatte le qualità già riconosciute nel primo volume: il periodare ampio e sorvegliato, la sintassi ipotattica che non teme la subordinata, il lessico ricercato e talvolta volutamente arcaizzante, e soprattutto quella voce narrante che si rivolge apertamente al lettore, lo chiama a testimone, gli anticipa e gli promette, secondo un modello che discende in linea diretta dal romanzo popolare ottocentesco, da Manzoni a Salgari, e che oggi possiede il fascino di una cosa rara. Va detto con franchezza che questa scelta comporta un prezzo, poiché ogni nuovo popolo incontrato esige il proprio antefatto, e l'antefatto talvolta si dilata fino a rallentare sensibilmente la corsa della vicenda principale: ma è un prezzo che l'autore paga consapevolmente, e che restituisce in cambio una densità di mondo che pochissimi costruttori di universi immaginari sanno raggiungere.
Il Volume Quinto, insomma, è quello in cui Iveonte smette di essere soltanto un guerriero invincibile e diventa qualcosa di più complesso e di più interessante, cioè un civilizzatore: non si limita ad abbattere mostri, ma scioglie sette, riconcilia tribù, insegna dottrine, restituisce a interi popoli la possibilità di una convivenza pacifica. E quando, nell'ultima pagina, egli riprende il cammino verso Tasmina sapendo che altre avventure lo attendono in regioni ancora sconosciute, il lettore avverte con chiarezza che il vero oggetto di questa saga non è l'isola verso cui l'eroe si dirige, ma il lunghissimo, paziente, instancabile viaggio che lo separa da essa.
VOLUME SESTO
Vi sono, nelle grandi opere cicliche, alcuni momenti che il lettore attende per centinaia e centinaia di pagine, e il cui compimento costituisce la prova decisiva della tenuta architettonica dell'insieme: ebbene, il Volume Sesto di Iveonte è precisamente il volume in cui Luigi Orabona mantiene la promessa più impegnativa che aveva formulato fin dalla Prefazione al Volume Primo, quella dell'incontro fra l'eroe umano e il dio omonimo, e bisogna riconoscergli senza esitazione il merito di non averla svilita, di non averla anticipata per compiacere l'impazienza di chi legge, e di averla infine collocata in una posizione narrativa che ne moltiplica il significato.
L'arrivo del dio Iveon, che si presenta dapprima a Tionteo e soltanto in seguito al giovane eroe accompagnato dalla diva Kronel, apre infatti la sezione più teologicamente audace dell'intera saga, quella in cui la Monotriad, l'entità che alla fine del Volume Primo aveva rapito la dea Annura lasciando il lettore sospeso nella costernazione, viene finalmente affrontata e debellata. E qui va colta l'inversione, che è di una notevole finezza concettuale: non è il dio a salvare l'uomo, come vorrebbe la logica ordinaria del mito, bensì l'uomo a liberare il dio e la sua sposa, sicché quell'aiuto tanto inatteso quanto provvidenziale che l'eccelso Kron aveva vaticinato cinque volumi prima si rivela essere, semplicemente, Iveonte. Chiunque abbia letto il primo volume misurerà la portata di questo ricongiungimento, che chiude un arco narrativo di ampiezza davvero inconsueta e dimostra che l'apparente dispersione episodica dei volumi centrali obbediva in realtà a un disegno sorvegliato.
Ma sarebbe ingiusto ridurre il Volume Sesto a questo solo snodo, poiché esso contiene alcune delle pagine più intense della serie. Si pensi al lungo antefatto di Touk, il titano generato dalla vendetta di Oksur e istruito sulle proprie origini dal mago Giroz, la cui furia omicida costituisce il rovescio esatto dell'eroismo di Iveonte: quando i due finalmente si affrontano, nel capitolo che l'Autore intitola con giusta enfasi l'epico scontro tra i due titani del combattimento, il lettore comprende che il vero tema non è la superiorità della forza ma la differenza fra chi la mette al servizio della giustizia e chi la lascia divorare dal rancore. Si pensi ancora alla dolente vicenda degli Stucos, ridotti a spettri erranti dai Tercipi, esseri alieni capaci di sopravvivere nel vuoto grazie alla tuttina che il loro organismo produce: episodio in cui la fantascienza e il racconto di fantasmi si fondono con naturalezza sorprendente, e che si conclude con un gesto di riparazione che ha qualcosa di liturgico.
Notevole, e degno di essere segnalato a chi cerchi in questa saga più di un puro intrattenimento, è l'apologo di Tardunuk, il villaggio in cui la corruzione giovanile, l'anarchia e infine il dispotismo di Obluz si succedono con la puntualità di una dimostrazione: qui Orabona sospende quasi del tutto la macchina avventurosa e scrive una parabola civile, dove l'eroe non deve uccidere alcun mostro ma soltanto ristabilire la legalità, e dove la lezione morale, per quanto esplicita, non risulta mai predicatoria, perché nasce dai fatti e non li precede.
La seconda metà del volume conduce finalmente a Tasmina, l'isola malfamata, e con essa alla figura del mago Zurlof, il quale si autoproclama Mago dei maghi e la cui biografia marziana, raccontata per intero secondo l'abitudine dell'Autore di non introdurre mai un personaggio senza restituirgli il proprio passato, si salda con perfetta coerenza a quanto avevamo appreso sui Monki nel volume precedente: prova ulteriore, se ancora ne servisse, che questo universo non si improvvisa di capitolo in capitolo ma poggia su una mappa concepita per intero. Da segnalare, in questa sezione, la descrizione del deoblion, il Tempio del Passato, che Orabona costruisce con una precisione quasi geometrica, misurando lati, raggi, capitelli e triangoli isosceli come farebbe un architetto: passaggio in cui si rivela una delle vocazioni più profonde di questo Autore, quella dell'inventariare, del misurare, del rendere verificabile l'immaginario.
È proprio nel deoblion che si consuma l'evento decisivo per il protagonista, cioè l'agnizione: Iveonte apprende finalmente chi siano i suoi genitori, e con essa il romanzo di formazione, che percorreva sotterraneamente tutti i volumi precedenti, giunge al proprio punto di svolta. Ne discende, quasi per necessità, la lunga sezione conclusiva dedicata alla Berieskania, all'incontro con il cugino Leruob e soprattutto con il mitico nonno Nurdok, l'antico stratega, nella quale l'eroe senza famiglia scopre di appartenere a una stirpe e riceve, con l'esercito più grande che sia mai esistito, il mandato di tornare in Edelcadia a punire i sovrani traditori.
Il congedo del volume merita infine una menzione a parte, perché l'Autore, con un gesto che discende direttamente dall'Ariosto e dal Manzoni, lascia l'esercito in marcia e annuncia esplicitamente al lettore che si volgerà a ripercorrere quanto è accaduto in Edelcadia durante l'assenza dell'eroe: una svolta di regia dichiarata, apertamente antica, che prepara con eleganza il volume successivo e che testimonia, ancora una volta, la fedeltà di Orabona a un modello narrativo alto, paziente, sicuro dei propri mezzi, il quale non teme di far attendere il lettore perché sa di avergli promesso qualcosa che intende mantenere.
VOLUME SETTIMO
Occorre dirlo subito, perché è la cosa più singolare e più coraggiosa di tutta la saga: nel Volume Settimo di Iveonte il protagonista è quasi del tutto assente. Luigi Orabona, che nel volume precedente aveva condotto il suo eroe all'incontro con il dio omonimo e poi lo aveva imbarcato alla testa di un esercito sterminato, sceglie qui di lasciarlo fuori scena per sessanta capitoli e di raccontare invece ciò che accade in Edelcadia mentre egli è lontano, consegnando al lettore quello che a tutti gli effetti si presenta come un romanzo autonomo, incastonato dentro il ciclo come una gemma di taglio diverso, e leggibile, se si volesse, anche per conto proprio.
Il risultato è sorprendente, perché dimostra che l'autore non è soltanto un costruttore di cosmogonie e un inventore di mostri planetari, ma anche, e forse soprattutto, un narratore di passioni umane. La materia del volume è infatti tutta terrestre e politica: le trame di corte fra i re Francide e Cotuldo, l'attesa nuziale della principessa Rindella, le manovre dei ribelli guidati da Croscione, la saggezza appartata di Lucebio, e sopra ogni cosa la setta dei Tricerchiati, con il suo capo calvo che si fa chiamare il Prediletto e che si vanta di aver ricevuto l'immortalità dal dio Kursut.
Le pagine dedicate a questa setta sono fra le migliori che Orabona abbia scritto. Il rito sacrificale a cui assiste, nascosto, il povero Trisippo, è descritto con una precisione fredda e cerimoniale, con il turiferario che agita il vaso della gommoresina, il sacerdote impaludato di porpora, i due settari che trascinano all'altare la vittima riluttante, il braciere colmo di tizzoni ardenti da cui spunta la barra di ferro arroventata: e il fatto che tutto ciò sia filtrato dallo sguardo di un testimone impotente, il quale scoprirà per giunta che fra gli adepti si trova la propria sorella, moltiplica l'orrore anziché esibirlo. Vi si riconosce, e non è un accostamento gratuito, la lezione del romanzo gotico e del romanzo storico ottocentesco, dove il male non ha bisogno di essere soprannaturale per essere spaventoso.
Ed è appunto qui, in questo volume privo del suo eroe, che nasce il personaggio più riuscito dell'intera saga: Stiriana. Madre di dieci figli uccisi, la donna trasforma il proprio dolore in una sete di vendetta che le corrode ogni virtù, si dà come amante all'impostore Olpun e diventa lo strumento più feroce della sua religione fabbricata. Orabona la segue con una attenzione che non concede né indulgenza né condanna sbrigativa, e le costruisce attorno un arco tragico compiuto, dall'origine del dolore fino alla resa dei conti, sicché la sua morte, come l'autore annota con felice sobrietà, finisce per preoccupare tutti: perché una creatura simile, una volta scomparsa, lascia dietro di <é un vuoto che nessuno sa come colmare. Che il personaggio più memorabile di un ciclo eroico sia una vecchia donna divorata dal rancore è un fatto che dice molto sull'onestà artistica di chi lo ha scritto.
Il vertice stilistico del volume si tocca però nel capitolo dedicato all'immolazione di Erusia, dove la prosa si solleva a un pathos di ordine cosmico: l'aria che si snoda al di fuori della ragionevolezza, la pena che germina e lievita in ogni essere sensitivo, e infine le stelle stesse che fibrillano di indignazione e vorrebbero impedire lo scempio ma sono costrette a piegarsi impotenti ai voleri del fato. Sono pagine che nessun lettore attento potrà attraversare senza fermarsi, e che valgono da sole a giustificare l'intero volume, poiché mostrano che dietro l'apparato avventuroso della saga vive una autentica sensibilità morale, capace di indignarsi per il male senza mai compiacersene.
Notevole, sul piano della costruzione, è anche l'intreccio spionistico che occupa la parte centrale, con il giovane Polen che si finge adepto per infiltrarsi fra i Tricerchiati, con la simulata uccisione di Zipro, con il settario Liciut che si affeziona a lui e finirà per passare dall'altra parte, e infine con il rapimento della principessa Rindella e con lo scambio di ostaggi tradito da Ernos: materia da romanzo di suspense, dosata con perizia e capace di tenere il lettore in tensione anche laddove egli sappia già, per legge di genere, che il lieto fine non gli sarà negato.
Va detto con altrettanta franchezza che il lettore affezionato a Iveonte potrà avvertire, in qualche punto, la lunghezza di questa deviazione, e chiedersi quando l'esercito berieskesco giungerà finalmente in Edelcadia: è il rischio strutturale che l'autore ha scelto di correre, e che si giustifica pienamente solo a posteriori, quando si comprende che tutte le fila qui annodate serviranno da innesco al volume conclusivo. Ma è un rischio nobile, e si ha l'impressione che Orabona lo abbia corso volutamente, per il gusto antico di raccontare una storia intera prima di tornare alla storia principale, come facevano i cantori quando sapevano di avere davanti a <é un uditorio disposto ad ascoltare fino in fondo.
Le nozze di Francide e Rindella, che chiudono il volume, e la coda malinconica della morte del re Edrio, il nonno mai riconciliato, restituiscono infine a questa lunga parentesi edelcadica il suo senso profondo: mentre l'eroe attraversa gli spazi siderali, la vita degli uomini continua, con i suoi amori, le sue congiure e i suoi lutti, e merita di essere raccontata con la medesima cura. È forse la lezione più matura che il Volume Settimo consegni al lettore.
VOLUME OTTAVO
Al Volume Ottavo spetta il compito più arduo che possa toccare a un libro, quello di chiudere: e bisogna riconoscere a Luigi Orabona di averlo affrontato con una lucidità architettonica che, a chi abbia percorso l'intera saga dal principio, apparirà quasi commovente. Perché ciò che qui accade non è soltanto la conclusione di un intreccio, ma la ricongiunzione esatta di tutte le linee aperte fin dalla prima pagina del Volume Primo, e in particolare della più antica di esse: il dio Buziur, cacciato da Luxan nei capitoli iniziali della Teomachia e da quel momento animato da un rancore che ha innescato ogni conflitto successivo, ritorna qui a chiudere il cerchio, trasformandosi nella Kosmivora, la divoratrice di universi. La saga si rivela così, retrospettivamente, un unico arco teso fra l'esilio di un dio superbo e il suo annientamento, e tutto ciò che vi sta in mezzo, i popoli, le sette, i mostri, gli amori, non è che l'onda lunga di quella prima caduta.
La prima metà del volume riporta la vicenda in Edelcadia e vi porta a compimento la guerra annunciata. Qui si segnala l'invenzione degli Umanuk, gli otto uomini presenti in ogni città edelcadica che collaborano con le divinità negative e che, in casi eccezionali, possono trasformarsi in esseri mostruosi invincibili: intuizione di sapore vagamente politico, e assai più inquietante di qualsiasi drago, perché afferma che il male, per prevalere fra gli uomini, ha sempre bisogno di complici umani. L'assedio della Città Santa di Actina, la prigionia di Lerinda a Dorinda, l'arrivo dell'esercito beriesko organizzato secondo lo schema del vecchio stratega Nurdok, l'annientamento definitivo del mago Ghirdo e il ritorno acclamato del re Cloronte compongono una sezione di autentico romanzo bellico, condotta con quel gusto per la strategia e per la disposizione delle schiere che l'autore aveva già lasciato intravedere nei volumi precedenti.
Poi, di colpo, il registro si innalza e la vicenda abbandona la terra. Il dio Iveon affida al giovane eroe la sua missione ultima, e Iveonte varca la soglia di Potenzior per incontrarvi Tupok, il Signore del Potere Cosmico, e conquistarne le cinque parti custodite da altrettanti Guardiani. Ne nasce quella che è, a mio avviso, la trovata compositiva più affascinante del volume: cinque biografie eroiche incastonate una dopo l'altra, quella di Arkust sul pianeta Oluoz, di Furiek su Pearun, di Serpul su Koser, di Pessun su Istop e di Rutos su Tertun, ciascuna con il proprio popolo, la propria guerra e il proprio mostro, sicché il lettore attraversa in poche centinaia di pagine un vero e proprio catalogo epico, una pentade di piccole Iliadi planetarie che riproduce in scala ridotta la struttura dell'intera opera. Che le prove siano cinque, e che l'eroe debba superarle una alla volta prima di essere degno del potere intero, riporta la narrazione al suo antichissimo modello iniziatico.
Il momento più audace del volume, e forse dell'intera saga, arriva però quando la Kosmivora raggiunge Lactica e disintegra il pianeta Geo. Distruggere la Terra, cioè il luogo stesso in cui si è svolta per otto volumi la vicenda umana di Iveonte, la sua infanzia, i suoi amici, le città di Dorinda e di Actina, è un gesto narrativo di una temerarietà che pochi autori si concederebbero, e che l'autore riscatta subito dopo con il ripristino di Kosmos, cioè con una restaurazione integrale dell'ordine che ha il sapore di una vera e propria escatologia: non semplicemente una vittoria, ma una ricreazione del mondo.
E tuttavia, dopo il quadrilione di chilometri percorso dallo sguardo dell'eroe e dopo l'annientamento della creatura che divorava le stelle, il libro non si chiude sull'apoteosi cosmica, bensì discende con dolcezza inattesa verso il più domestico degli epiloghi: il ritorno a Dorinda, l'incontro con i familiari, l'incoronazione, le nozze con Lerinda e infine, nell'ultimissimo capitolo, l'ansia di una giovane regina che non riesce a concepire e il rimedio che il portentoso anello finirà per offrirle. Che una saga cominciata con la creazione dell'universo si concluda con due sposi che desiderano un figlio è un movimento di una bellezza quasi involontaria, e dice, meglio di qualunque dichiarazione di poetica, quale sia il vero centro morale di questa opera: non la potenza, ma la vita che continua.
Merita infine una menzione l'apparato che chiude il volume, con gli elenchi dei Personaggi, dei Luoghi e degli Altri Vocaboli, dove ogni creatura e ogni termine dell'universo inventato riceve la propria definizione, e dove i mostri stellari sono censiti con lunghezza, diametro, velocità, grado di potenza distruttiva e gittata massima del potenziale energetico. Chi conosce le appendici dei grandi costruttori di mondi riconoscerà immediatamente il gesto: è la firma di un demiurgo che ha misurato il proprio creato prima di consegnarlo, ed è anche la prova definitiva che quel lessico apparso qua e là nel corso dei volumi, dai kapius ai gerark, dai Vurk ai Materiadi, non era un ornamento esotico ma un sistema.
Si chiude così, dopo quattrocentottanta capitoli, una delle imprese narrative più smisurate e più ostinate che la nostra editoria contemporanea possa mostrare. Non sarà un'opera per lettori frettolosi, e chi cerchi la concisione dovrà cercarla altrove; ma chi accetti il patto che l'autore propone fin dalla prima pagina, cioè la disposizione a un ascolto lungo, paziente e fiducioso, si troverà alla fine ad avere attraversato un intero cosmo, e a riconoscere che quella fede nei valori del bene, della giustizia e dell'uguaglianza, dichiarata nella dedica del Volume Primo, non è stata smentita neppure una volta lungo il cammino. In un tempo che premia il breve e il rapido, l'ostinazione di Luigi Orabona è già, di per <é, una presa di posizione.
